ottobre 20th, 2008 , by Letizia Tasselli

Elisa Gavazzi non è una stilista e nemmeno una sarta: è una creatrice di abiti nostalgici, che vorresti cucirti addosso per non dovergli mai togliere. Dopo molti anni è riuscita a realizzare il suo sogno, aprendo “Quel Chic!”, il suo laboratorio stilistico sartoriale, dove siamo andati a trovarla per farci raccontare la sua storia.
Buona lettura!
Ciao Elisa! Prima di tutto potresti spiegarci come hai cominciato a interessarti al mondo della moda?
Cosa ti ha spinto a diventare stilista e qual è stato il tuo percorso per arrivarci?
Ci sono approdata per caso.
Mi è sempre piaciuto disegnare, che fossero quadri o schizzi, ma all’inizio volevo fare tutt’altra cosa cioè giurisprudenza.
La moda mi è sempre piaciuta, come l’idea di creare una cosa per me, che fosse una borsa, un cappello o un abito. Ho iniziato a farlo quando ero piccola: prendevo le forbici e tagliavo tutti i vestiti, perché era raro che mi comprassi un vestito e mi piacesse così com’era, per la disperazione di mia mamma. Forse è anche da questo che mi è nata la voglia di creare abiti, anche se in realtà l’idea di lavorare nel campo della moda è nata circa sei anni fa.
Ho cominciato a disegnare modelli e ho deciso di provare a entrare all’Accademia Italiana. Mi piaceva molto il disegno e decisamente meno la sartoria: in sostanza volevo diventare una stilista solo a livello di progettazione cartacea!
Ma poi, se hai veramente passione per questo lavoro, automaticamente passi dal disegno al cucire, perché una cosa include l’altra. La cosa più bella è vedere una persona, pensare a quello che le potrebbe starle bene, disegnarlo e poi cucirlo.
Pensa che all’inizio odiavo cucire, non sapevo nemmeno attaccare una bottone! Ma poi ho imparato anche perché mi trovavo a fare disegni che poi si rivelavano irrealizzabili, perché era impossibile fare una cucitura in un certo modo o in un altro. Gli insegnati me lo facevano notare e alla fine mi è venuta la voglia di imparare a cucire bene, in modo da riuscire a progettare ancora meglio.
Ora molto spesso realizzo i vestiti direttamente sul manichino, senza disegnare, perché mi risulta più semplice e posso aggiungere dettagli o altro durante la realizzazione. Insomma, alla fine ora la cosa che più mi risulta limitante per assurdo è proprio il disegno, probabilmente perché in questa fase non ho ancora un’idea precisa di come verrano fuori i capi finiti. Chiaramente se una persona viene da me e mi chiede esplicitamente dei disegni e poi sceglie un capo in base a uno di quelli non ho problemi a realizzarlo ma lo ritengo più difficoltoso.
Insomma, tutto è nato a tappe. Ogni giorno che passa mi piace sempre di più l’idea di cucire, come quella di avere un laboratorio tutto mio. Amo le cose manuali e mi piacerebbe riuscire a fare tutto da sola ma, come per il defilè, mi sono rivolta a mia zia per un aiuto per attaccare fodere, orli e altre cose del genere perché da sola non ce la facevo con i tempi.
Preferisco fare tutto io ma per queste cose mi rivolgo a lei o comunque a persone che lavorano da parecchio tempo e sanno dove mettere le mani. Se un domani avessi bisogno di qualcuno per aiutarmi in pianta stabile mi rivolgerei a una persona che abbia almeno 40 anni di esperienza più di me perché, ora come ora, non sono in grado di prendere uno stagista (come mi è stato chiesto) per aiutarlo perché non mi sento in grado di fare da insegnante.

Qual è la tua filosofia come stilista? Hai dei capisaldi a cui fai riferimento quando crei un abito?
Quando inizio a creare un abito cerco l’ispirazione in qualsiasi cosa, dal quadro alla canzone. Insomma, qualsiasi cosa che mi stimoli l’immaginazione… poi da lì parto costruendoci intorno le linee essenziali di come potrei rappresentare quella cosa tramite un abito. Le linee che faccio non le riprendo da cose esistenti ma semplicemente nascono da coma mi immagino la cosa che mi ispira e poi le modifico via via…
La filosofia vorrei averla ma non ci riesco! Allo stato attuale non seguo molto una linea precisa e cerco di organizzarmi come posso, anche se mi risulta difficile per come sono fatta. Spesso mi capita di inziare un capo e lasciarlo momentaneamente a metà per realizzare un’altra idea che ho avuto. Insomma, comincio e lascio anche se, ovviamente, quando so che devo concludere qualcosa ci torno sopra finché non l’ho finito.
Seguo delle tappe nella creazione, anche perché altrimenti sarebbe impossibile, ma poi lascio spazio a ciò che sento. A volte molto dipende dalla persona che mi trovo davanti e da quello che mi trasmette. Ci sono persone che non sono aperte all’idea di farsi fare un capo su misura, non comprendendo l’unicità di quello che andranno a indossare e questo ti blocca. Perché sei costretta a lavorare con la prospettiva di creare qualcosa che sia commerciale, perché loro percepiscono in quel modo anche il capo sartoriale. Invece a volte trovi persone che, magari hanno un’idea precisa di quello che vogliono, ma ti lasciano anche la libertà di realizzare, senza importi standard precisi. A quel punto guardo com’è la persona e mi immagino cosa potrebbe valorizzarla, partendo da quel presupposto con la realizzazione dell’abito vero e proprio. Cerco il tessuto, faccio il disegno, il taglio e lo faccio provare.
Una delle cose che ti danno maggior soddisfazione sono gli abiti da sposa, anche se crearli porta via tantissimo tempo. Hai davanti una persona che quel giorno, non dico debba essere l’opposto di quello che è, ma comunque deve essere diversa, particolare, senza perdere se stessa.
Di sicuro deve essere affascinante…
Sì. Il problema sono le persone che hanno paura!
L’altro giorno è venuta in negozio una ragazza che voleva provare un paio di pantaloni che aveva visto alla sfilata. Immaginavo che non le sarebbero piaciuti, perché lei è abituata a portare i pantaloni strettissimi e non mi sono stupita quando, dopo averli indossati, è rimasta sconcertata perché non immaginava che fossero così larghi quando li aveva visti. E’ ovvio che se una persona indossa un capo perché le piace e quindi sa come portarlo, gli altri lo percepiscono in un altro modo.
Non dico che si debba convincere una persona a vestirsi in un certo modo ma magari bisognerebbe spingerla a sperimentare qualcosa di diverso. Non c’è cosa più bella di vedere una persona comprare un capo diverso dal suo stile e poi vederla girare con quello indosso, come nel caso di questa ragazza che alla fine si è convinta e li ha presi!
Non voglio cercare di convincere nessuno perché è ovvio che una cosa ti deve piacere e devi sentirtela addosso per poterla portare, qualsiasi cosa sia. Perché se sai indossare un capo, per quanto particolare sia, la gente non lo noterà mai come potrebbe farlo su un’altra persona che magari si ostina a vestirsi in un modo che non la rispecchia.
Quello che più mi piacerebbe fare sarebbe il riuscire a spingere le persone a sperimentare, allargandogli gli orizzonti!
Ti faccio un altro esempio. Una mia amica, che poi è una delle protagoniste della sfilata, odia i colli alti e non li ha mai portati. Io per la sfilata le ho fatto una camicia a collo alto… All’inizio è rimasta un po’ sconcertata ma poi vedendosi si è piaciuta e ha dato ragione alla mi scelta.
Non ho certo quarant’anni che lavoro, anzi, ho pochissima esperienza alle spalle ma ho un minimo di sensibilità e riesco più o meno a capire cosa si adatti a una persona e cosa no.
Insomma, alla fine non penso di avere una filosofia! Sono piuttosto incostante, non tanto nel lavoro, quando come persona. Mi viene un’idea, poi un’altra… Probabilmente anche se avessi una filosofia non riuscirei a seguirla!
Insomma, hai il problema di tutti i creativi!
Esatto!

Per te qual è l’elemento fondamentale in una creazione di moda? Sia da un punto di vista tecnico che da un punto di vista più emozionale…
Penso che la cosa più emozionante di questo lavoro sia vedere l’abito finito indossato. E non sto parlando del negozio, ma di quando vedi quella persona girare per la città con indosso una tua creazione. Mi è capitato con un abito da sposa che ho realizzato tempo fa. L’avevamo provato un sacco di volte ma vederlo indossato il giorno del matrimonio è stata tutta un’altra cosa.
Vedere le persone che indossano le tue cose, ci si sentono bene, gli piacciono e si sentono felici è la parte migliore di tutto.
Quando la gente inizia a vivere gli abiti che hanno comprato…
Sì, e soprattutto quando ti ringraziano magari per un consiglio che gli hai dato. Non tanto perché ho bisogno di sicurezze, quando realizzo una cosa mi rendo conto se è fatta bene o meno. Mi è capitato più volte di smontare abiti praticamente pronti, perché non mi piacevano come stavano indossati alle persone che me li avevano chiesti.
Se succede dipende da un errore mio e quindi ricomincio da capo. E’ giusto che le cose siano precise e ben realizzate e non mandare via abiti, magari mal realizzati, solo per toglierseli di torno.
Sono ancora al livello di non considerare quello che faccio come un lavoro e questo è un bel problema (ride)!
Se realizzo qualcosa che alla fine non risulta come lo avevo immaginato continuo finché non raggiungo il risultato che volevo e proprio non riesco a staccare, anche se magari è sera tardi. Insomma, non riesco a rimandare il problema al giorno dopo!
In base alla tua esperienza e sensibilità, quali caratteristiche dovrebbe avere un buon stilista? Oltre a non mandare via gli abiti con le cuciture storte!
Oddio, non mi identifico molto con la figura dello stilista quindi rispondendo probabilmente uscirei fuori dal tema.
Ti senti più una sarta?
Neanche. Mio babbo per prendermi in giro mi chiama “artista del taglio”, però alla fine non ha tutti i torti. Lo stilista lo identifico più nella persona che crea gli abiti solo su carta, affidando poi il lavoro a terzi. In più è legato al dover seguire una linea e io per fortuna non ho quel problema.
Lavoro d’istinto e decido da sola la linea da seguire di volta in volta, scegliendo per ogni collezione un tema, a meno che non debba fare le cose su misura.
Nonostante mi piaccia l’idea della sarta non mi identifico nemmeno con lei. Se potessi tornare a quando le persone si facevano fare gli abiti solo dalle sarte lo farei, dopotutto mi piacciono tantissimo gli anni ’30. Insomma, mi piace l’idea della sarta intensa come “persona che ti veste”. Prima c’erano solo le sarte, che vestivano tutti, anche chi ovviamente non era molto ricco. Mi raccontava sempre mia nonna che quando era giovane o si facevano i vestiti da soli oppure si rivolgevano alle sarte, perché non esisteva l’idea del vestito commerciale come oggi.
Ti posso dire che caratteristiche mi piacerebbe avere, a priori della figura che rappresento. Mi piacerebbe essere più razionale a livello operativo e soprattutto organizzativo, visto che sto incontrando qualche difficoltà. Tanto per fare un esempio, trovo difficilissimo decidere i prezzi dei vestiti che vendo, perché non riesco a dare un valore alle cose che faccio. Vivo questa cosa in una maniera tale che non riesco a chiedere una cifra piuttosto che un’altra proprio perché, come ti dicevo prima, per me non è un lavoro.
Ovviamente so quanto impiego a fare un capo, quanto costano le materie prime e quanto lo vorrei pagare se dovessi comprarlo io, però poi non riesco mai a decidere da sola il prezzo.
Poi mi piacerebbe capire a colpo d’occhio la persona che ho davanti, cosa le starebbe bene o meno. Ora impiego un po’ di tempo e vado per tentativi, finché non trovo la cosa che più gli si adatta, perché ho sempre paura di imporre troppo il mio lavoro e la mia presenza, costringendo la gente a fare scelte forzate.
Vorrei che la gente venisse nel mio negozio per essere seguita. Pensa che non ho messo lo specchio nel camerino proprio per questo! Mi piace che le persone escano fuori e si confrontino, invece di guardarsi di sfuggita come a volte succede nei negozi normali.
Cosa significa per te questo lavoro? A questo punto se possiamo definirlo un lavoro visto che per te mi sembra che abbia un’accezione del tutto particolare!
Tutto. Io non potrei fare altro se non questo.
Se non fossi arrivata a questo punto e avessi dovuto lavorare per qualcuno avrei continuato a fare quello che facevo, cioè la barista o la cameriera. Insomma, o questo o niente!
Ho lavorato a Prato in un atelier per un anno e mezzo e mi sono resa conto che questo è un lavoro individuale. Là eravamo in tre a fare la stessa cosa, disegno, taglio e cucito, e si rivelò una convivenza difficoltosa, perché ognuno tirava fuori una sua linea. Quindi o tutti seguono un punto diverso della lavorazione oppure è meglio lavorare da soli. Dopotutto non sono mai esistite sarte che collaborano tra loro.
Se dovessi smettere oggi di fare questo lavoro mi sentirei male! Mi piace poi la collaborazione con le altre persone, come nel caso della sfilata, creando mini eventi. Insomma, stare in mezzo alle persone e questo lavoro me lo permette.
Sarebbe bello creare un circolo creativo che raccolga persone diverse ma concordanti su un punto. Perché così c’è lo scambio di idee ed è bellissimo. Ad esempio per la sfilata le video proiezioni le ha curate un mio amico a cui avevo spiegato più o meno qual’era il risultato che volevo ottenere e lui è riuscito a scovare tutto quello che avevo immaginato. Quando entri in sintonia con una persona quella è probabilmente la parte migliore, perché riesci a lavorare benissimo.

Hai uno stilista a cui ti ispiri o che ammiri particolarmente?
Coco Chanel mi piace tantissimo.
Se potessi tornare indietro mi piacerebbe vivere negli anni tra il 1900 e il 1940, chiaramente facendo sempre questo lavoro o comunque qualcosa di artistico. Lei fu una donna rivoluzionaria sotto tutti gli aspetti, non tanto perché ha cambiato il modo di vestire, ma proprio perché è riuscita a imporre una mentalità che all’epoca non esisteva, in maniera naturale e spontanea.
Non so se sia una cosa positiva o meno, però non guardo molto i giornali di moda. Mi capita di leggerli ma non tanto per vedere cosa va di moda e le tendenze, perché ho paura di essere influenzata troppo e invece preferisco essere libera.
Preferisco andare in giro e vedere cosa porta la gente, soffermandomi sui dettagli e fotografandoli. Dalla cosa più impensata a volte nascono milioni di altre cose!
Mi piace molto Armani, perché adoro le linee classiche che si offrono bene agli abbinamenti, anche i più stravaganti.
Non amo particolarmente Cavalli, né a livello di tessuti né di linee, anche se prima mi piaceva molto. Non dico che non sia bravo, anzi!, solo che, come disse una mi insegnante, sono arrivata a un punto in cui mi sono accorta che non ero in sintonia con le sue creazioni. Osservandolo bene alla fine si rivela più normale di quello che possa sembrare a prima vista.
Come realizzi i tuoi abiti? La scelta dei materiali quanto influenza il risultato finale?
La scelta dei materiali influenza tantissimo. Di solito preferisco andare in giro con il disegno in mano e cercare la stoffa che mi sembra più adatta, anche se andrebbe fatto il contrario.
A volte mi è capitato di dover fare su commissione cose con dei tessuti che non mi sembravano adatti e poi, vedendole finite, proprio non riuscivano a piacermi, perché il tessuto non aveva la resa che il vestito richiedeva.
Insomma, a seconda del taglio che fai, anche un tessuto bellissimo può diventare brutto!
Non uso nulla di sintetico, però mi rendo conto che molto spesso non posso scegliere la stoffa che preferirei perché ha costi troppo elevati. Per questo mi piacerebbe imparare a capire a colpo d’occhio la resa che un tessuto può avere o meno su di un certo capo.
La cosa più difficile, comunque, è far capire alle persone che resa può avere un tessuto rispetto a un altro perché molto spesso mi sono capitate persone che si fissavano su una cosa e non c’era verso di fargli cambiare idea perché erano convinti di sapere cosa gli stesse bene o meno. Li capisco perché lo faccio anch’io ma ci vorrebbe più fiducia, sia che ci rapporti con un sarto, una parrucchiera o un grafico.
Che importanza ha per te il colore?
Il colore lo decido in base alla persona. Dipende poi dall’occasione per cui verrà usato l’abito, dalla stagione e dallo stato d’animo che ho, che conseguentemente influenza il modo in cui vedo una persona.

Secondo te di cosa ha bisogno la moda oggi? E’ ancora una realtà fatta di artisti o si è trasformata solo in business?
Ora come ora la moda è business se basta, a parte qualche rara eccezione. La moda fatta dagli artisti è solo l’alta moda, dove gli stilisti si sfogano e sparano l’opposto di quello che creano per le collezioni. E’ un peccato ma sono consapevole che se le due cose coincidessero non venderebbero un vestito.
Prima la moda non c’era, semplicemente ci si adattava a seguire una linea, anche perché non c’era la televisione che passava le sfilate o comunque il bombardamento mediatico di oggi.
C’era un modo di vestirsi comune a tutti che successivamente veniva variato da persona a persona, perché ognuno ci metteva del suo.
Insomma, prima la moda veniva veramente vissuta…
Un modo di essere…
Sì. Per dire, mia nonna quando usciva di casa da giovane doveva sempre avere guanti, cappello, collana, la gonna uguale alla giacca etc…
Capitava che si cambiasse anche tre volte al giorno e non certo perché era particolarmente ricca. Era proprio l’idea di avere il completo da mattina, quello per il pomeriggio e quello per la sera, che servivano a sottolineare il proprio modo di vivere.
Ora invece c’è la mentalità di comprare tutto uguale agli altri e soprattutto di prendere le cose per il marchio. Se c’è il marchio ci sono persone disposte a sborsare anche mille euro per una maglia di acrilico con sopra stampato il nome della griffe. Ma se a queste stesse persone proponi una giacca che poi avranno solo loro, lavorandola su misura e scegliendo la stoffa più adatta non saranno mai disposti a sborsare gli stessi soldi che potrebbero tirar fuori per una cosa di minor valore comprata da una griffe.
Bisognerebbe tornare un po’ indietro e iniziare a scegliere con la propria testa perché, volenti o nolenti, siamo troppo influenzati da quello che ci circonda.
C’è troppa pressione mediatica e dovremmo riuscire a liberarcene, almeno forse si tornerebbe all’idea dell’abito fatto su misura, che purtroppo viene sminuito tantissimo e non ha mai, da parte della gente, lo stesso valore del capo industriale comprato in un negozio.
Siamo troppo individualisti e ormai non riusciamo più a capire il valore degli altri.
Coco Chanel diceva: “Per essere insostituibili bisogna essere diversi”. Quanto ti riconosci in questa affermazione?
Oddio, questo dovrebbero dirlo le persone che ho intorno.
Sono sempre stata diversa ma non volontariamente, nel senso che mi sono resa conto di vestirmi in maniera diversa dagli altri. Da piccola uscivo fuori con un milione di colori addosso e la cosa comica e che tutti si stupivano perché, nonostante a colpo d’occhio potesse sembrare un’insieme ridicolo, addosso a me stava bene, perché sapevo come portarli.
Sono una persona estrosa e di conseguenza particolare ma non certo perché sia particolarmente convinta di me, anzi… Ho sempre vissuto col contrasto tra la mia timidezza e l’estro e l’unica valvola di sfogo che avevo era l’abbigliamento.
Siamo tutti unici ma nessuno è insostituibile. Possono esserci persone che per te sono insostituibili perché ti rendi conto che senza quella persona ti mancherebbe qualcosa ma è solo per una cerchia ristretta di persone ed è decisamente meglio che esserlo per migliaia.
Se una persona fosse insostituibile per tutti diventerebbe solo banale!
Ho avuto il piacere di assistere al tuo defilè di presentazione “Quel Chic – Deliziosamente Grottesco” e sono rimasta stupita da come hai trasformato una semplice sfilata in uno spettacolo teatrale. Com’è nata l’idea e quanto lavoro c’è dietro per raggiungere un risultato del genere?
Ecco, qui si torna al discorso di prima. Odio le sfilate, nel senso classico del termine e non sentendomi nemmeno una stilista non riuscirei a presentare la mia collezione come tale.
Sono dell’idea che una persona, quando va ad assistere a una sfilata, debba essere coinvolta da tutto quello che la circonda perché poi le rimane più impresso. E’ un po’ come nei film. Se vedi un vestito in una scena particolarmente coinvolgente è più facile che ti rimanga in mente.
In più io adoro il teatro e quindi più che una scelta è stata una necessità perché era l’unico modo che avevo per raggiungere il risultato che volevo.
Chiaramente poi ho dovuto ricreare all’interno dello spettacolo anche una specie di sfilata ed è per quello che è stato inserito il finto specchio, in modo che gli attori sfilassero sulla passerella, nascondendo il tutto dal fatto che apparisse naturale e conforme all’ambientazione che avevamo scelto (la bottega del sarto, n.d.r.). In più, in questo modo, il pubblico si è sentito coinvolto e non si è annoiato.
Mi piacerebbe tantissimo fare un percorso di installazioni o quadri da unire ai miei vestiti, proprio perché non riesco a pensare di prenderli da soli e farli sfilare in maniera del tutto impersonale.
Insomma, mi piace l’idea dell’abito vissuto, che quindi acquista una sua personalità. A volte alle sfilate vedi abiti che proprio non riesci a immaginare come ti starebbero addosso o quando lo potresti mettere, proprio perché li senti lontani dal tuo mondo. Invece se lo contestualizzi e lo inserisci in una situazione normale, come poteva essere quella del mio defilè, tutto diventa più semplice.
In più in questo modo riesco a unire la mia passione per il teatro, gli amici (che mi danno sempre una mano) e viene a crearsi una bellissima atmosfera!

Nella tua sfilata hai fatto riferimento agli anni ’30 in chiave decisamente ironica.
Erano gli anni in cui finalmente c’era stato uno sdoganamento della moda che era passata dal semplice essere un modo per uniformarsi agli altri a diventare un modo di essere, soprattutto grazie alle lotte della femministe e dal fatto che, con la guerra, le donne erano entrate nel mondo del lavoro e quindi possedevano la libertà economica.
Visto che ti ispiri comunque alla moda dei primi decenni del ‘900 cosa ne pensi? E’ stato proprio in quegli anni che è nata la moda come la conosciamo oggi?
Secondo me no, perché la moda cambia in base al periodo che vive. Se pensi alle regine del 1400 o del 1500 capisci come loro non seguissero uno stile preciso ma creavano loro una moda e un modo di essere.
Negli anni ’30 la moda è cambiata perché, come hai detto tu, la donna era cambiata e non era più costretta a mettersi determinate cose per apparire bella. Prima era più un discorso di come si doveva apparire a livello fisico (ad esempio la vita stretta e i fianchi larghi). Coco Chanel aveva ovviamente dei canoni che seguiva, ma la sua forza è stata il liberare la donna dai corsetti. Che poi, grazie a Vivienne Westwood, sono tornati di moda. Lei forse è una delle poche stiliste che riesce ad essere veramente atemporale, anticipando di dieci anni quello che sarebbero stati gli stili di un’epoca (basti pensare al punk). Riesce a precorrere i tempi e a vivere fuori da ogni logica, senza farsi influenzare da determinati canoni, come piacerebbe a me!
Penso che le persone dovrebbero essere più consapevoli di ciò che portano e fuori dalle logiche di vendita perché più che di moda si tratta del modo con cui ci presentiamo agli altri.
Pensi che la femminilità venisse più valorizzata dalla moda di fine ‘800/inizi ‘900 oppure da quella di oggi? Meglio il corsetto con le stecche di balena o la minigonna?
Sono convinta che la femminilità di una persona non dipenda dall’abito. Ho un’amica che riesce a essere femminile anche se gira per strada in pigiama!
E’ la persona che fa la femminilità, perché una donna è donna a priori. Io non mi ritengo tanto femminile come può esserlo questa mia amica che, in qualsiasi modo si muova, riesce ad essere affascinante.
Magari prima c’erano dei canoni precisi che determinavano la femminilità, come ad esempio il corsetto o certi tipi di acconciatura ma ora, fortunatamente, siamo fuori da queste regole.
Io farei una via di mezzo tra la minigonna e il corsetto, perché ognuno dovrebbe imparare a capire cosa gli si adatta o meno!
L’abito deve essere prima di tutto bello oppure indossabile?
Deve essere tutte e due le cose.
Poi, e qui si ritorna sul discorso di prima, dipende da persona a persona. Ci sono alcune che persino con indosso un pareo legato al collo possono girare tranquillamente in città senza apparire assurde. L’abito deve essere portabile in relazione alla persona che lo indosserà e poi, ovviamente, in base alla sua funzionalità finale. Insomma, un cappotto deve tenere caldo, non può essere sbracciato!

Che cosa consiglieresti a chi come te vorrebbe fare questo lavoro?
Di mettersi l’animo in pace e di non ascoltare troppo le persone che lo circondano e che tentano sempre di svilirti.
Di cercare aiuto nelle persone che si hanno vicine, di essere naturali e di mantenere una certa coerenza e serietà.
Non esiste stanchezza o mancanza di voglia, anche perché se la tua passione è veramente forte non la senti nemmeno. Anzi, ti mancherà sempre il tempo perché vorrai realizzare milioni di cose.
Poi non bisogna mai cercare di “arrivare” nel senso lato del termine: quando sei “arrivato” vuol dire che hai finito di dire tutto quello che volevi condividere con gli altri.
Bisogna provare e inseguire i propri sogni con pazienza e adattandosi lungo il percorso a fare anche altre cose.
Sogni e progetti per il futuro?
Innanzitutto mi piacerebbe ampliarmi, creare una linea completa intorno alla persona (dal cappello alla borsa) e poi far tornare le persone ad apprezzare i capi fatti su misura, anche se mi rendo conto che è un’utopia.
In un domani sarebbe bello riuscire a creare allestimenti e mostre all’interno di un laboratorio creativo, collaborando insieme ad altre persone.
Vorrei creare abiti e altre mille cose, ricreando un posto come la factory di Andy Warhol e collaborando con un miliardo di persone in tutto il mondo!
Foto della sfilata © Romina Ferri
Ringraziamo Elisa Gavazzi che ci ha accolto nel suo laboratorio tra ago, filo e sciccosissime creazioni! Chi volesse passare a trovarla basta che vada in Via Porta al Borgo n°37 a Pistoia. Elisa vi accoglierà a braccia aperte!
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