giugno 1st, 2009 , by Margherita Cardoso

Dissonanze, festival romano di musica elettronica tra i più importanti d’Italia, è ormai considerato come il “Sonar” nostrano: uno di quegli eventi “che non te lo puoi proprio perdere!!!”.
In qualità di giovani amanti dell’arte - sedicenti musicisti/musicofagi, esigenti e bisognosi di intrattenimento puro - anche noi forniremo dunque la nostra spietata interpretazione del fenomeno, supportati nell’intento da un orecchio d’eccezione: quello di Stefano Di Trapani
(musicista underground nonchè admin della netlabel Selva Elettrica), che ben più di noi è in grado di commentare le ultime (e meno ultime) tendenze sonore presenti al festivàl.

Nel corso degli anni il palco di Dissonanze ha visto esibirsi tantissimi artisti italiani ed internazionali, smuovendo l’interesse dei media che, come noi, si sono avventati durante i giorni dell’evento armati di affilatissimi pass, penne e taccuini. La guerrilla inizia con mesi e mesi di anticipo: poster tridimensionali, locandine, messaggi subliminali e chi più ne ha più ne metta; giustamente, diremo, poiché la manifestazione, giunta all’ormai nona edizione, risulta essere una delle più seguite e interessanti della scena.
Il festival nasce nel 2000 come show-case, “una selezione di artisti internazionali poco conosciuti per un evento a carattere indie, indipendente. – suggerisce wikipedia – La prima edizione è stata ideata con l’intento di mettere in luce un ambito musicale che in Italia non aveva ancora trovato il giusto spazio: quello della musica elettronica tedesca. Le successive hanno avuto un carattere più internazionale, seppure altrettanto indipendente.
Nel corso degli anni è stato privilegiato in modo più incisivo l’aspetto curatoriale e si è cercato di sviluppare una sempre maggiore commistione tra suono, immagine e architettura degli spazi che ospitano il festival.”
E in effetti bisogna ammettere che la location apporta il suo scenografico contributo. La cornice vagamente inquietante del Palazzo dei congressi ricorda un po’ la scena finale del primo Ghostbuster, quando gli acchiappa fantasmi se la vedono con Gozer il gozeriano sul tetto del grattacielo; ma dopo pochissimo la fantasia cede il passo alla realtà e ci si abitua velocemente alle imponenti architetture razionaliste di Libera illuminate più o meno a casaccio da ignoti light designer dell’evento. L’ambiente ampio e dispersivo dà subito la possibilità di godere della fauna che popola il festival: giovani e aitanti petti nudi adeguatamente sudati e depilati, piccole donne in gruppi da 3/8 unità che si tengono per mano urlando frasi in svariati dialetti (molto folk stylah) e pittoresche scene di limonate pubbliche. Sulla moquette dell’ingresso avanzi di bibite, drink, pop corn e svomitate; insomma tutta una serie di particolari pulp degni del migliore pop-rave alla romana.

Il Palazzo è suddiviso in 3 macro aree attorno alle quali si muove il festival: “Terrazza”, “Aula magna” e “Salone”, adeguatamente suddivise per generi musicali e stili di vita. La Terrazza è un ambiente suggestivo, dal quale oltre al bel panorama si gode dell’ottima musica live all’aperto, ci si muove in libertà e si balla e puzza con gioia in un atmosfera generale vagamente da beach party. L’ Aula Magna è quel poco di “congresso” che è rimasto al palazzo, con posti a sedere, moquette, velluti rossi e un grande palcoscenico infiocchettato per le live performance audio/video un po’ più tra le righe (vedi gli ormai celebri Bat for Lashes o i proibitivi Salem). Se all’inizio la platea è occupata da attenti ascoltatori, verso la fine della serata l’atmosfera si rilassa e le poltrone accolgono un pubblico di semi dormienti, probabilmente reduci da acrobazie danzanti nell’adiacente Salone. Questo ospita una selezione del panorama dancefloor presente e futuro, alternando dj set e live set. L’approccio alla sala è abbastanza importante: lo spazio è veramente immenso, il soffitto vertiginosamente alto e sono almeno un migliaio i corpi riversi nella pista. Il target è tra i primi citati, giovani ruspanti romani e non, a petto nudo ma con occhiale da sole (per sconfiggere la timidezza anche di notte), ragazze urlanti, ammiccamenti, strusciate e tanti drink. Insomma un approccio decisamente discotecaro, visti e considerati i guest in console (Lindstrøm e Laurent Garnier per citare i più fighetti) ma soprattutto visto il priveè che sovrasta la platea dai balconi del primo piano, dove solo la migliore aristocrazia romana munita di braccialetto può farsi strada, tra cibo migliore, bevande migliori e (sicuramente) donne migliori. Dietro il palco i classici maxischermi led suggeriscono atmosfere ipnotico-suggestive, con esplosioni di luce e proiezioni rotanti (a giustificare i sopracitati occhiali da sole, sicuramente).

parlando di musica:
Stefano: Un mio amico mi porta immediatamente a vedere Bat for Lashes , di cui conoscevo vagamente un paio di brani e relativi video. La loro musica è un misto di cantautorato femminile stile K.Bush-Amos, new wave, qualche spruzzatina di shoegaze/ Spector qua è là e ad ogni modo pop orientato sugli ottanta. La mistura può piacere o meno, ma i bfl dal vivo sono perfetti. La cantante ha un carisma non indifferente e si muove con una grazia altrettanto meravigliosa, la batterista è una macina. Bravi.
Subito dopo mi sposto sulla terrazza dove si esibisce African Boy, uno del giro dei buraka già collaboratore di Mia. Lo show è una specie di dance hall al kuduro, con African Boy che si aggira fra il pubblico approfittando del contatto con un pubblico femminile molto disinibito. La proposta però è un po’ troppo paracula, si basa su remix dei Buraka che si esibiranno poco dopo e sinceramente non ne vedo il motivo. Un 6 solo per la simpatia.
Scendo di nuovo a vedere i Micachu : gruppo assai curioso, come se le shaggs decidessero di fare un disco alla rip off artist : forse il paragone è azzardato ma l’impressione è quella. Nonostante i cambi arditi i pezzi da un minuto tagliati con l’accetta e una chitarrista che scorda la chitarra coll’accordatore (tecnica in uso dal mio caro amico Grip Casino), non riescono ad avere un buon suono. Bravi, ma meglio su disco.
Risalgo in terrazza e partono i Buraka : concerto capolavoro con due batteristi intenti a seguire le basi di un dj-tastierista, due mc neri come la pece e una mc ballerina dalla voce dirompente. La musica dei Buraka è una specie di discarica globale , in cui il campionamento ha un valore di recupero dalla mondezza più che di citazione. Come i technotronic del 2000, che campionavano james brown i buraka lo fanno con “what is love” o una cover degli ac/dc al kuduro infiammando la platea. Lezioni di vita e di ballo angolano per tutti, con movimenti di culo mozzafiato, passi di capoeira intermezzo popolare con le ragazze delle prime file chiamate sul palco a ballare. Forse il migliore live di dissonanze.
Scendo e dalla vitalità afro dei buraka mi ritrovo davanti la morte bianca : Peter Cristofferson!!! già mente dei throbbing gristle e quindi leggenda vivente. Peccato però che io sia un po’ stufo delle varie industrialate visive tipo: bambini thailandesi in fin di vita, pozzi di petrolio in fiamme, sciagure di ogni tipo ecc ecc. Peter parla troppo e talvolta , dal punto di vista musicale, è molto autoreferenziale. Certo, i suoi fan dicono che è comunque un genio, ma nonostante l’utilizzo di un iphone per mandare video e suonare, il risultato è un po’ pesante.
E passiamo di pesantata in pesantata con i Salem : questo gruppo qui , già incensato dal rolling stone, è composto da due uomini e una donna , tutti apparentemente fatti di eroina. Il risultato è una miscela di synth pop / hip hop / gotic e juke con qualche sbarattolata in stile jungle. Tutto però lento come fosse doom. Sul palco non fanno altro che bere e fumare sigarette, si attaccano al microfono fingendo di cantare, fanno finta di suonare , sbagliano la ritmica dei soli, insomma dei geni del male. La tipa ha una panzetta alcolica da competizione e dalle ultime file della platea la gente grida “BASTAAAAAA” . Fatto sta che al ritorno a casa l’unico gruppo del lotto che attualmente ascolto fino alla nausea sono proprio loro, nonostante me ne sia andato volutamente prima della fine dello show. Secondo miglior live di dissonanze.
Actress – non l’ho vista, ero saturo e sono tornato a casa.
Passiamo alla zona prevalentemente danzereccia, il “Salone”, che ho evitato come la peste: di Laurent Garnier non me n’è mai fregato nulla, e comunque era una zona infestata dai coatti, i quali non credo siano rimasti soddisfatti, perlomeno da F.Kevorian (almeno dovrebbe essere lui), che indugiava in lunghi droni e infilava ogni tanto aromi jazzati dribblando accuratamente il cassone.
Tornando a casa mi sono chiesto perché tanta penuria di italiani : forse perché costano poco e sono meno raccomandati? Non si sa. Consiglio ai PR di dissonanze di guardarsi un po’ intorno.

Dissonanze è un festival controverso: una volta ci si andava con trasporto, eccitati dalle novità; oggi invece (vuoi i gusti, vuoi l’età) apprezziamo sempre meno di trovarci in mezzo ad una massa bisognosa esclusivamente di una cassa dritta, o il fare lo slalom tra bellocci più o meno impomatati, visto e considerato anche il proibitivo prezzo del biglietto.
La due giorni di quest’anno poi è in particolar modo risultata povera di guest all’altezza anche delle passate edizioni, mostrando, un po’ come accade nella maggior parte dei Grandi Eventi, incoerenza con i presupposti iniziali, ovvero promuovere realtà “parallele” e poco conosciute. La manifestazione, visto l’impatto mediatico, potrebbe davvero essere il trampolino di lancio per l’underground italiano (snobbato clamorosamente dagli organizzatori) quindi l’amaro in bocca resta, anche se alla fine l’impressione è quella di un evento che, comunque la si pensi, resta uno dei migliori del nostro paese.
di Gabriel Berretta, Margherita Cardoso, Stefano Di Trapani
fotografie di Ivan Minuti








































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