novembre 17th, 2008 , by Margherita Cardoso

Al centenario dalla nascita dell’artista milanese il museo dell’Ara Pacis di Roma dedica a Bruno Munari una retrospettiva antologica, affiancata da un ciclo di laboratori e incontri didattici per bambini “al fine di esplorare, concretamente, le sperimentazioni che sottendono ogni realizzazione artistica”.
((polemica premessa:
il museo è un’istituzione strana. Di solito puzza di polvere, la luce è bianca e fa un po’ male agli occhi ed è abbastanza noioso. Le Grandi Opere d’Arte sono in alto, ben protette dentro teche di vetro e ovviamente non si possono toccare. A proposito ‘Grandi Opere’ Munari diceva:
Un esempio di “good design”? L’arancia: “un oggetto quasi perfetto dove si riscontra l’assoluta coerenza tra forma, funzione e consumo”. Unica concessione decorativa, se così possiamo dire, si può considerare la ricerca «materica» della superficie dell’imballaggio trattata a «buccia d’arancia». Forse per ricordare la polpa interna dei contenitori a spicchio, comunque un minimo di decorazione, tanto più giustificata come in questo caso, dobbiamo ammetterla.
(“Good design” , 1963)
Ecco, Munari al museo è un po’ come un arancia in vetrina (Duchamp ne sarebbe orgoglioso).
Tanto più se la mostra inizia arrampicata su una parete di 2 metri d’altezza (sconsigliato ai bassi e ai bambini, e ai bambini bassi), e prosegue tra i poderosi divieti “non toccare!” (cartellino appeso, accanto alle tavole tattili).
Ah, i paradossi dell’arte. Ma comunque.))
Polemiche premesse a parte, la mostra presenta una selezione di opere completa, che ripercorre le sperimentazioni sullo spazio, la comunicazione visiva, il linguaggio, fino ai veri e propri oggetti “di design” (le lampade per Danese, i Posacenere cubici, la struttura Abitacolo): la ricerca di Munari improntata sulla voglia di “vedere gli arcobaleni di profilo”, stravolgere le strutture convenzionali.
A partire proprio dalla riflessione sull’arte, smitizzata e resa tascabile con le 7 sculture da viaggio (1958): “Uno si porta nella valigia il ritratto dei famigliari, la sveglia, la biancheria di ricambio, le medicine personali e, perché no, una piccola ma perfetta scultura da viaggio, per personalizzare le anonime camere d’albergo con un oggetto della propria cultura”.

Il pensiero sull’Opera d’Arte, (unica e singolare) anche nelle xerografie originali (1964-67): la fotocopiatrice può diventare macchinario produttore di arte, basta muovere il foglio durante la copia in modo da catturarne il movimento, che esiste in quell’unico istante. Gesto artistico a basso costo e alla portata di tutti, riflessione sulla riproducibilità, sul design, su tutta l’epoca moderna.
La fantasia per Munari è una cosa seria: occorre quindi sviluppare un metodo scientifico della creatività, un procedimento rigoroso che definisca anche un nuovo linguaggio, più sincero (Olio su tela, 1980 e alta tensione, 1991).


“Pensare confonde le idee” e a volte le parole sono superflue o non bastano (gesticolario, supplemento al dizionario italiano, 1958).

La ricerca sulla comunicazione istintiva, non verbale, continua con la serie delle forchette parlanti (1958) e i libri illeggibili: “Si possono costruire libri piccolissimi e grandissimi, leggeri e pesanti, lisci e ruvidi: tutti senza parole. Ma un libro senza testo è ancora un libro? Sì, perché comunica attraverso i sensi (..). Si scopre che la carta già da sola può comunicare: carta trasparente comunica trasparenza, carta ruvida comunica ruvidità. La carta da lucido evoca la nebbia: sfogliare quelle pagine è come passeggiare per le vie di Milano in una sera d’inverno. Proviamo allora a costruire libri colorati, bucati e tagliati; libri a massimo contrasto; libri leggeri e trasparenti; e libri da tessere”.


Per passare poi alle scritture, si, ma illeggibili anch’esse: archeologo di un epoca imprecisata rinviene frammenti di popoli sconosciuti, fossili computerizzati dal futuro, oggetti esistibili (ricostruzione teorica di un oggetto immaginario in base a frammenti di residui di origini incerte e di uso ignoto, 1956-58).
Seguendo la rigida ‘regola del caso’ Munari descrive come dopo aver fatto cadere dei pezzetti di carta li si possa spostare e collegare, osservandone la struttura interna. Le ricostruzioni mettono in evidenza l’aleatorietà dell’interpretazione, costruita su una norma inventata, e rigorosa.




Dalla sua dimensione parallela riesce addirittura ad annullare il tempo, confonderlo, rimescolarlo: anch’esso soggetto a interpretazione, diventa relativo.


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7 Commenti su “Fantasia in mostra – Roma festeggia Bruno Munari”
#1 Valentina Matricardi
novembre 18th, 2008 alle 1:05 am
Mitico Munari! Io sono stata a questa stessa mostra a Milano.
Davvero un uomo geniale…conoscevo già molte delle sue opere ma una volta lì, con anche l’audio-guida, me ne andavo per la mostra a bocca aperta come una bambina! Andateci!
#2 giovanni
novembre 20th, 2008 alle 11:36 am
…per lui è stato sempre fonte di ispirazione…. e adesso faccio solo forchette!
#3 giovanni
novembre 20th, 2008 alle 11:36 am
grande!
#4 Daniela
novembre 24th, 2008 alle 1:40 pm
Ho letto molti dei suoi libri, quello che amo di più è Da cosa nasce cosa. Grazie per le immagini della mostra commentate
e anche per l’affetto con “Officina creativa ti vuole bene”.
#5 roberto
novembre 25th, 2008 alle 12:51 pm
Sono stato alla mostra e credo valga la pena, se non altro per progettare qualcosa che nasce da non si sa cosa… un istante per aprire la mente alla progettualità tra mille oggetti che non conoscevo precisamente!
Inoltre degno di nota è il laboratorio per bambini!
Ottimo progetto-mostra.
#6 Fiori+Belli
dicembre 10th, 2008 alle 5:54 pm
Niente da dire su Munari, il nome parla da solo.
Vi consiglio anche un’altra mostra del genere: Enzo Mari “L’arte del design”, Gam Torino (è ancora in corso..fino al 6 gennaio ‘09). Molto interessante!
#7 davide123
dicembre 16th, 2008 alle 2:58 pm
le forchette son esposte al moma di NY!
davide
http://davidebianchidesign.blogspot.com/
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