Novembre 13th, 2007 , by dz_italian_design

"Miriam Mirri (link) la puoi incontrare per strada con bimba e cane al seguito. La semplicità della sua linea la ritrovi nella sua persona. I suoi lavori li conosciamo tutti, entrano nelle nostre case regalandoci un sorriso, che sia un oggetto per la tavola o per il bagno la solarità la ritrovi nel segno e nei colori… i suoi progetti possono essere esposti in una galleria come in casa nostra, l’ironia che ti fa fermare un secondo questa è la sua più bella magia" (Tommaso Maggio)

Quando eri una bambina, che cosa volevi diventare?
Una trapezista. Poi un mio amico più sveglio mi disse che per essere trapezisti bisogna essere figli di qualcuno che lavora in un circo per imparare tutto il giorno.
E mentre assistevo al collegamento fra Ruggero Orlando e Tito Stagno per l’allunaggio dell’Apollo 11, pensai che sarebbe stato fantastico essere l’astronauta che camminava sulla Luna.

Come ti sei avvicinata a questo mondo e qual è stato il tuo percorso di studi?
Non ho deciso di diventare una designer, ho seguito le cose che mi interessavano. Qualcosa del mio occuparmi di design arriva dalla storia di mio padre, che era progettista di grandi proiettori per l’illuminazione, fotoelettriche, cose complicatissime prodotte quasi artigianalmente, con calcoli e disegni fatti col pennino e i rapidograph, dove lo spessore di ogni linea aveva un significato preciso. Portava a casa pezzi di materiali belli, gomma, lenti ottiche, proiettori e fusioni, oggetti fantastici che diventavano i nostri giochi. Mia madre che cuciva, lo aiutava a costruire sacche di maniche a vento e altre cose. Quello in cui non mi riconoscevo era il loro mondo di riferimento, il loro linguaggio.
Ho frequentato il liceo scientifico a Bologna, ma ero stanziale al liceo artistico. Poi mi sono laureata alla Scuola di Disegno Anatomico della Facoltà di Medicina. Mentre disegnavo campi operatori e strumenti chirurgici e studiavo biomeccanica e istologia, partecipavo alla vita artistica delle piccole gallerie di Bologna, fra installazioni, fumetti d’autore e sperimentazioni digitali. Sono andata a vivere da sola abbastanza presto, mi mantenevo testando le prime stazioni grafiche professionali e scrivendo manuali per Commodore e Amiga. Ho iniziato a interessarmi di comunicazione visiva. Quasi tutti i miei amici frequentavano il Dams; il cinema l’arte la musica la scrittura, era tutto collegato. Penso che la mia formazione sia avvenuta proprio là, in un caos rigenerante fra il pop e la new-wave. Eravamo lontani dai centri del design, i riferimenti ufficiali erano Bruno Munari e Achille Castiglioni e i nuovi movimenti italiani, ma al cuore arrivavano le giovani produzioni artistiche anglosassoni (fra cui Ron Arad, Marc Newson, Danny Lane, i Site..). C’era una scuola di fumetto interessante in quegli anni a Bologna, la scuola Zio Feininger; Igort che insegnava, ci parlava spesso di design contemporaneo.
Arrivò nell’89 l’Università del Progetto di Reggio Emilia, che si proponeva come un laboratorio continuo di design e comunicazione attraverso un bando su Repubblica. Fu una scommessa, con pochissimi studenti iscritti, ma ben fatta. Affrontavamo il progetto di design e guardavamo all’architettura con Paolo Bettini, fotografavamo gli oggetti e la via Emilia con Luigi Ghirri, studiavamo la percezione e l’arte con Ruggero Pierantoni, giocavamo con la scrittura e il linguaggio con Ermanno Cavazzoni. Ma soprattutto venivano a trovarci personaggi eccezionali, con la distensione e la franchezza di chi va in provincia a raccontare la propria grandezza. Avevamo a disposizione un esteso laboratorio a tutte le ore del giorno e della notte. Iniziarono così i miei primi lavori e sono nate qui anche le mie più grandi amicizie legate al mondo del design.
Bettini, oltre a essere un insegnante particolarmente esigente, era generoso nel trasferirci la sua passione e ci metteva a disposizione l’archivio del suo studio. Andavo a leggere gli articoli di Alessandro Mendini, di Ettore Sottsass, di Andrea Branzi, le avventure del Superstudio su Casabella, le famose copertine di Domus e di Modo, i libri introvabili di Rudofsky.
Fra i docenti di design Bettini chiamò Stefano Giovannoni che portò una ventata fresca direttamente dalla scuola fiorentina. Finita la scuola, prima volai a Londra per incontrare Nigel Coates e mi fermai qualche mese. Due anni più tardi, Stefano mi chiese di andare nel suo studio e mi trasferii a Milano.

Che consigli vorresti dare ai giovanissimi che stanno per varcare la soglia tra il sistema universitario e la professione reale?
Soprattutto coltivare la propria dimensione personale viaggiando, fotografando, portando a casa reperti, parole e oggetti, anche banali ma utili a capire il diverso. E’ nel diverso che si intuisce il proprio sè. Fare esperienze all’estero. Gli Etruschi abbracciavano la bellezza ovunque e i Romani importavano le cose belle durante le loro campagne in paesi stranieri, persino gli dei. Continuiamo a farlo.
Guardare a tutti i fatti della vita e alle urgenze nuove. Non dimenticare che una grande scommessa si giocherà sui materiali e sulla sensibilità nel loro impiego. La soglia fra la natura e l’artificio è stata solo appena dischiusa.
Essere curiosi anche per altre forme espressive, l’arte in generale, la musica e il cinema in particolare ci nutrono di emozioni nuove e alimentano la parte più intuitiva ed emozionale del progettare, sono connesse più direttamente alla contemporaneità e spesso leggono e decodificano le contraddizioni sociali in modo più immediato. Sentire prima di capire. Modellare prima di misurare.
Accettare l’ansia come una spinta a oltrepassare i luoghi comuni e stare lontano da chi si lamenta troppo perchè il lavoro creativo è una fortuna. C’è un’armonia fra il flusso di energia che esce e quella che entra e dobbiamo avere più consapevolezza della relatività dei problemi. Il design è utile per esercitarsi anche nella propria esistenza, perchè il progetto personale è l’insieme di tante piccole espressioni, che chiamiamo oggetti, disegni, esperienze e amori. E’ chiaro dal mio percorso che le persone e gli incontri sono stati fondamentali e non casuali.
L’esperienza con persone con cui si condividono i pensieri è importante perchè ci rende consapevoli non solo della tecnica e del metodo, ma che questo è direttamente connesso a una visione personale del mondo e delle cose. Ed è corretto scegliere i nostri riferimenti in base a una reale affinità col proprio essere, difficile da capire, ma quando la si incontra si riconosce.
Si lavora sempre tanto negli studi interessanti, se lo si sente come un divertimento allora è il posto giusto. Ovviamente cercare di stare in un ambiente stimolante e accettare inizialmente il ruolo di spettatore che partecipa allo spettacolo, ma intanto è lì e sperimenta la realtà . Bisogna invece difendere le proprie idee ed esercitarsi al dialogo. Inutile agire con troppa resistenza, sono pochi quelli che possono fare tutto da soli.
Ai giovanissimi sinceramente direi di provare la vita e il progetto in comune con i coetanei, sommando l’energia. E’ un percorso e ogni passo va sentito profondamente e poi lasciato. Spero per loro - e per tutti - che si divertano e che abbiano la possibilità di esprimere una visione e la sua evoluzione, perchè non possiamo essere fissi su un’idea per tutta la vita. E che usino l’energia un attimo prima della giusta misura.
E infine, a un certo punto, consiglio di leggere almeno una volta, "La quarta metropoli" di Andrea Branzi, "Lezioni americane" di Italo Calvino, "Sei passeggiate nei boschi letterari" di Umberto Eco. Per tutti, gli scritti contemporanei di Alessandro Mendini nel suo sito www.ateliermendini.it e sul comodino "Scritti" di Ettore Sottsass.

Ci parleresti della tua esperienza londinese? Quali credi siano le differenze maggiori tra fare design a Londra e farlo in Italia e più specificatamente a Milano?
La cultura si muove e si contamina velocemente da un paese all’altro, alzando il tiro della qualità e della prestazione. Un progetto interessante non ha bandiera.
Ho lavorato in uno studio di architettura nel 1990, il Branson-Coates, in un momento davvero vivace e gli oggetti che costruivamo erano principalmente complementi e arredi per questi spazi. In particolare ho seguito il progetto della discoteca Taxim a Istanbul. Londra è una città con un’energia molto particolare e il design ne attinge quotidianamente. Si fa molta ricerca in ambienti non industriali e di media produzione e spesso si inventano applicazioni nuove e straordinarie dei materiali. L’artigianato si è evoluto nel linguaggio e pur mantenendo le sue caratteristiche manuali ha rinnovato la tradizione estetica con oggetti freschi e contemporanei. Londra è anche un luogo dove le idee circolano libere e la sperimentazione diretta sugli oggetti quotidiani è cosa normale per un designer. E’ una città con una carica di irriverenza e anticonformismo stimolante, lo stile non è così importante quanto la ricerca di un’estetica che esprima un dato innovativo. L’originalità di queste idee resta protetta, perchè il compromesso con la produzione è decisamente minore e sembra che i designer inglesi abbiano recuperato una visione più aperta del progetto. Tendono a influenzarsi meno, sono più individualisti ma agiscono liberi.
In Italia i designer sono in genere - o almeno erano - dei ricercatori, a cui le aziende si rivolgono per risolvere con il progetto alcune questioni legate alla produzione di oggetti industriali. In sostanza un produttore che ritenga che ai suoi oggetti manchi un’anima pur avendo una buona qualità costruttiva, cercherà un designer che lo aiuti nella trasmissione poetica di questa qualità oppure, se ritiene di avere necessità di una guida negli aspetti tecnologici di un nuovo prodotto, cercherà un designer che lo sostenga in questa direzione. Quindi è un dialogo che si instaura fra progetto e produzione, e meno mediatori ci sono in questo momento meglio è, se il produttore è consapevole della natura della sua azienda e il designer di ciò che può veramente fare. Di fatto, i designer inglesi più interessanti trovano in Italia gli interlocutori più adatti a ricevere questo messaggio di ricerca.
Nella tradizione milanese, ancora molto radicata, il designer si pone come un mediatore culturale fra bisogni/desideri delle persone e la produzione. Protegge soprattutto questa natura bifronte e cerca spesso collaborazioni con amici e colleghi. Negli ultimi anni si organizzano anche situazioni di gruppo, dove alcune persone assumono il ruolo di art-director per le aziende e di guida per i designer, sembra che serva un link per non perdersi. Alcuni marchi posseggono potenzialmente la distribuzione ma non la produzione, che in buona parte si è spostata in oriente. Insomma ci si dà da fare per il gruppo che a volte è anche un modo per capire la situazione.



Matali Crasset afferma che: "Quando ha iniziato ad aprirsi al mondo femminile, il design ha scoperto un’importante e nuova componente: quella del rito domestico." Cosa ne pensi, dato che sei una delle poche firme femminili di successo oggi presenti nel panorama internazionale.
Ettore Sottsass, nel 1956, a proposito di un rito propiziatorio scriveva che "La casa è la ricostruzione dello spazio dell’universo come l’acqua versata sulla terra è la ricostruzione della pioggia" e tante altre belle considerazioni.
Arriva sempre la domanda sul mondo femminile, proverò a dire qualcosa di sensato. Matali ha colto un aspetto importante, anche se in realtà più che essere il design ad aprirsi al mondo femminile in Europa da pochi decenni sono le donne a non rinunciare alla costruzione della cultura, seguendo una loro attitudine e attenzione particolare agli oggetti e alle relazioni fra l’individuo e il suo intorno. Nella progettazione dell’oggetto quotidiano le donne sono tornate al loro ruolo iniziale, dopo la parentesi dell’epoca industriale.
I grandi designer italiani si sono occupati del rito domestico, della sacralità delle cose e questo fatto proviene credo da quella forma di cultura del progetto che non si limitava all’analisi del quotidiano, ma cercava le sue radici anche in ambiti non industriali, artistici e decorativi, applicando linguaggi che premevano per esprimere una nuova estetica. E dove l’ispirazione è connessa a dimensioni più vaste.
Soprattutto nel momento in cui architetti e piccole industrie o artigiani si sono incontrati sul progetto, uomini e donne parlavano di oggetti e di mobili. Allo stesso modo, diverse figure femminili hanno contribuito alla costruzione del design anche industriale e non necessariamente disegnavano oggetti centrati sul rituale domestico. Voglio dire che questa sacralità e questa connessione sono un qualcosa che o si sente o non si sente.
L’altro aspetto credo sia il fatto che le donne dispongono dei propri acquisti in autonomia, si divertono nell’acquistare cose desiderabili e hanno idee nuove su quello che vuol dire per esempio essere madri. Sono predisposte al cambiamento e si connettono più facilmente ad un ritmo naturale. Ciò ha dato una nuova possibilità al mercato e il design che comunque, nel rifiuto o nel compromesso è legato alla merce, di nicchia o vasta che sia, ricerca nel progetto una nuova direzione estetica e strumentale. Saranno le giovani donne credo a spingere i più alti cambiamenti nel progetto, perchè la carica utopica e il senso delle relazioni fra le cose è maggiore.

In questo momento a cosa stai lavorando?
Sto ultimando un progetto di decoro tessile, cosa che aspettavo da tanto di poter provare. Ho diversi oggetti interessanti nuovi da affrontare, fra cui un piccolo elettrodomestico e ancora due orologi. Alcune cose sono in attesa di conferme tecniche e di fattibilità, ma questo è nella norma. Poi c’è un versante meno industriale, che lentamente sto cercando di coltivare, con materiali che non ho mai usato prima, meno controllabili, come il vetro. Per me sono occasioni per disegnare e sperimentare in modo ancora più libero, cosa che mi rasserena moltissimo. Vorrei creare le condizioni per incontrare e riconoscere il progetto che ritengo davvero nuovo.

Perchè i designer italiani sono così diversi tra loro?
Anche quelli inglesi lo sono.
Le scuole hanno una tradizione recente e il ruolo del designer non è così definito. La formazione culturale diversa crea un approccio differente al progetto e la considero una fonte di ricchezza. Non credo nelle scuole teoriche.
L’esperienza diretta in Italia è così diversa e c’è un certo piacere nel rendere personale il metodo di lavoro. Un’eredità che non si cancella e che pensandoci bene non proviene dal design ma dalle arti più antiche. C’è una sorta di amabile anarchia nella definizione di questo lavoro, che stiamo cercando di strutturare e sopprimere, così che sia più facile catalogare e capire quello che succede. Se il mondo del design che sta intorno al progetto non è in grado di comprendere e ricomunicare, è probabile che questo non venga considerato.

Tutti sanno cosa fa un medico o un avvocato, loro per primi. Ma se dovessimo chiedere a dei designer in che cosa consiste realmente il loro lavoro, le risposte sarebbero discordanti. Ugualmente se dovessimo porre la medesima domande agli utenti. Tu come descriveresti il tuo lavoro? E come credi che sia inteso al giorno d’oggi in Italia?
Io mi sento un convertitore di energia a rilascio distillato. Sono una designer e disegno oggetti e cose per me e altre persone come fossero esperienze emozionali e affermazioni temporali, attraverso le aziende che me ne danno la possibilità. E’ una forma di autoespressione e una sintonia che mi aspetto di trovare. Non è solo una questione tecnica, nè solo creativa. È un insieme di saperi e sentimenti, vitalità e in qualche modo, sincerità, che può essere trasferita nel prodotto industriale.
Ho un’idea sulla vita degli oggetti, che fluttua fra una dimensione istintiva e una dimensione culturale. Gli oggetti servono a fare qualcosa, ma soprattutto a relazionarsi con gli altri, con il proprio corpo, con la propria esistenza, sono estensioni della nostra natura. Vorrei alleggerire la funzionalità recuperando il gesto e non rinunciare al valore dell’espressività e della comunicazione intrinseca degli oggetti, dove la funzione è data quasi per scontata: in questo punto preciso si racconta la storia del proprio tempo, fra il legame con la memoria e la curiosità che si apre verso il nuovo. Accompagnare, per quello che posso, gli oggetti nella vita delle persone, ripensando ai loro gesti e alle loro aspirazioni, al loro diritto di essere liberi. Non sempre posso seguire un’idea fissa basata su una convinzione intellettuale. Mi interessano gli sguardi delle persone in cerca di qualcosa che apra la loro esistenza a una dimensione più limpida, divertente e sentita. Ogni oggetto è un’esperienza da cui trarre nuove considerazioni, quindi è un percorso dinamico e mutevole.
Da qualche tempo si discute nuovamente del fatto che il design dovrebbe occuparsi dei bisogni, i nuovi bisogni, dopo un periodo, dagli anni 80, in cui si parlava di desideri. Sembra essere questo il dualismo alla base della spinta progettuale. Mi sono posta più volte la questione, ma francamente mi pare che le cose di cui avremmo veramente bisogno vengano raramente prese in considerazione e si confonda l’etica con il moralismo e l’arte con il pezzo unico, perdendo sensibilità. Nel desiderio vedo una spinta più sincera alla mutazione, al cambiamento. L’architettura non è l’edilizia, così il design non dovrebbe confondersi con la ferramenta.
C’è più verità nella lezione che Yoda dà a Luke Skywalker sul come portare fuori un’astronave dalla palude, che nella profusione di parole sul design che si leggono ovunque. Comprese le mie.
Un ringraziamento particolare a Miriam Mirri per la disponibilità mostrata nei nostri confronti e per aver segnalato Officina Creativa sul settimanale "D" di Repubblica (leggi l’articolo).
Grazie anche a Tommaso Maggio di Spremiagrumi, per aver scritto la intro di questa intervista.





















6 Commenti su “A chiacchiera con… Miriam Mirri”
#1 Midi Blog "A chiacchera con... Miriam Mirri"
Novembre 13th, 2007 alle 2:44 am
[...] “Miriam Mirri la puoi incontrare per strada con bimba e cane al seguito. La semplicità della sua linea la ritrovi nella sua persona. I suoi lavori li conosciamo tutti, [...]
#2 Gabriele
Novembre 13th, 2007 alle 2:25 pm
bella…la chiaccherata più interessante
#3 Velen084
Novembre 13th, 2007 alle 6:35 pm
E’ incredibilmente interessante leggere il percorso effettuato dai grandi designer… ma devo ammettere che ogni volta in confronto a loro mi sento sempre più piccola e inesperta!!!
#4 odo
Novembre 13th, 2007 alle 7:29 pm
Mi è successo di leggere e
sentire la voce.
Non conoscevo certe parti
del percorso tortuoso.
Hai familiarità con la bellezza:
È amica da sempre di quello che fai.
E’ un brillio che mi piace osservare.
Insomma… Evviva!
#5 matteo
Novembre 14th, 2007 alle 10:36 pm
brava la mirri
soave fiore all’occhiello del nostrano design
mr
#6 Miriam Mirri
Gennaio 2nd, 2008 alle 6:15 pm
grazie agli ospiti di Officina e in particolare a Dimitri che mi ha seguito con eccezionale costanza
Buon Anno a tutti!
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