A chiacchiera con… Matteo Ragni
Giugno 9th, 2008 - Scritto da Margherita Cardoso
Questa settimana siamo stati a chiacchiera con Matteo Ragni (link), Designer di quelli che tengono Fantasia di Munari sul comodino e non dormono mai (da bravo portatore sano di creatività).
Laureato al Politecnico di Milano in Architettura, ha vinto nel 2001 il Compasso d’Oro ADI insieme a Giulio Iacchetti con "Moscardino", posata multiuso biodegradabile esposta anche nella collezione permanente del MOMA di New York. Tra i suoi clienti Poltrona Frau, Coop, Invicta, Bialetti, Guzzini e Piquadro.
Buona Lettura!
Come è iniziata la tua carriera? So che hai studiato architettura… avevi in mente il design fin dall’inizio o è stato un "cambio di rotta" successivo?
In breve sono laureato in architettura perchè sognavo di progettare grattacieli… e mi sono trovato a progettare cucchiai… come diceva Ernesto Nathan Rogers "dal cucchiaio alla città"… io volevo fare il percorso inverso… ma almeno una parte è fatta!
Dal secondo anno di università ho cominciato a frequentare lo studio dell’architetto Carlo Pagani, uno scorbutico vecchietto allievo di Gio Ponti che mi adottò come "nipote" e mi fece rivivere l’architettura del dopo guerra e conoscere tutti i grandi del design milanese… da Castiglioni a Zanuso.
Il design è stato un amore spontaneo… non saprei neanche dirti quando sia nato… è successo e basta.
Il mio primo prodotto è del 1994 e da quel giorno non ho mai smesso di amare il design oltre che l’architettura.
Gran parte dei tuoi progetti sembrano nascere da esigenze quotidiane: suddividere uno spazio, stendere il bucato, affrontare il traffico cittadino (con ironia), leggere un libro. E’ ciò che molti di noi pensano ogni giorno: "ci vorrebbe…". Quand’è che hai smesso di pensarlo soltanto e hai deciso che era il momento di realizzare quel "ci vorrebbe"? Insomma il tuo primo progetto è nato così? Da un esigenza?
Mi ricordo che da piccolo mia madre diceva che ero molto ingegnoso e prevedeva per me un futuro da “ingegnere”. In realtà mi piaceva molto, come credo la maggior parte dei bambini, capire come erano fatte le cose, aprirle, disassemblarle, ricostruirle, inventarne di nuove. Questa mia passione mi portò anche a intraprendere macabre operazioni di disassemblaggio di un povero pesciolino rosso che avevamo comprato poco prima. Ero talmente curioso di capire cosa ci fosse dentro, che con un cucchiaino ho cercato il “motore” di quello strano essere silenzioso e flottante. Risultato: un bel castigo ed una notte da solo in cameretta con il “corpo del reato” ed una paura tremenda della nemesi del mondo ittico. Da allora ho smesso di avere velleità da chirurgo e mi sono dedicato esclusivamente al mondo degli oggetti… avevo credo 6 o 7 anni. Ai tempi del liceo avevo una certa predisposizione per il disegno e mi sembrò naturale continuare con gli studi di architettura. Dopo la maturità avevo fatto un viaggio in America per scoprire il mondo e mi ero messo in testa che avrei fatto l’architetto, non quello che fa le pratiche edilizie per le villette bifamiliari in provincia, ma uno di quelli che osano grattacieli smisurati. Di contro il mio primo progetto andato in produzione è del 1995 quando, ancora studente al Politecnico, studiavo chino sui libri e ricordo i rimproveri di mia madre a questo figliolo che rischiava di rimanere gobbo dal troppo studio. Un’idea leopardiana, ma fu questa l’occasione per progettare un leggio pieghevole e per non essere più assillato dai consigli materni. Niente di strettamente pratico: non rischiavo di diventare gobbo per qualche ora seduto a leggere un libro di urbanistica o di estimo. Insomma questo leggio, nato quasi per scherzo, mi sembrò da subito molto comodo e decisi così di presentarlo ad un’azienda per vedere se ne sarebbe venuto fuori qualcosa di buono. Il resto è storia più o meno nota: a 22 anni avevo il mio primo pezzo in produzione… e mi sembrava di essere “arrivato”. Evidentemente mi sbagliavo…

Sul forum tempo fa abbiamo parlato di un bel libro, "Design Anonimo in Italia, Oggetti comuni e progetto incognito" di Alberto Bassi. A chi assegneresti il tuo "compasso d’oro a ignoti" (per citare Bruno Munari)? Quale oggetto "anonimo" secondo te rappresenta al meglio i principi del buon design?
Se vogliamo citare il Maestro sicuramente un oggetto di buon design anonimo è l’uovo benché sia stato fatto col culo (citazione di Munari!). In tempi più recenti ti direi la ruota; forse ai tempi non c’erano i problemi di oggi di copyright ma di sicuro questa è stata proprio una bella scoperta. Se parliamo invece di oggetti della contemporaneità mi vengono in mente i braccioli gonfiabili… e in generale tutto il pvc termosaldato utilizzato per le gonfiabili strutturali.


Parlando di tobeus: più che una serie di automobiline di legno una filosofia, un ritorno al Giocattolo, una ricerca di genuinità. Ci parli un pò di questo progetto?
Tutto è cominciato tre anni fa quando è nato Elio, il mio primo figlio. Dopo pochi mesi eravamo letteralmente sommersi da una montagna di giochi made in China: squillanti, assordanti, ingombranti, coloratissimi. Macchinine progettate per autodistruggersi in poche ore, spesso con un sinistro odore di plastica. A luglio scorso poi è nato Tobia e la situazione è degenerata, nel senso che i giochi di Elio erano ormai diventati inutilizzabili: carcasse di automobiline senza ruote, incidentate e pericolose. Così via con altri giochi regalati da parenti ed amici. Allora ho deciso che almeno per i miei figli avrei dovuto fare qualcosa, per educarli ad un uso più consapevole e responsabile dei propri giochi. In realtà oltre ai figli bisognerebbe educare i nonni e spiegare loro che l’amore dei nipotini non è proporzionale al volume della plastica che regalano loro. Ho pensato che un gioco dovrebbe essere un valore da tramandare, non un oggetto da consumare e buttare con spensieratezza. Sarebbe bello lasciare ai figli i giochi che ci hanno tenuto compagnia da piccoli. Così ho registrato il marchio Tobeus (nome scelto in onore di Tobia e di tutti i bambini che hanno il diritto di avere giochi che durano nel tempo). Quindi ho deciso di investire in prima persona in una produzione artigianale, rigorosamente fatta a mano, in Italia, con cura ed amore. Sono nate 5 macchinine ricavate ognuna da un blocco di legno massello, tre disegnate da me e le altre da due amici designer, Giulio Iacchetti e Odoardo Fioravanti. La cosa interessante è che da subito ho riscontrato un interesse incedibile da parte di amici e parenti, prova del fatto che c’è - da parte di molte persone - la volontà di cambiare un pò il mondo, partendo anche solo da un piccolo gesto come comprare una macchinina di legno per i propri figli. Durante il Salone del Mobile di Milano appena terminato abbiamo presentato ufficialmente la collezione presso lo Spazio Rossana Orlandi a Milano ed abbiamo avuto un enorme successo di pubblico e di stampa… Il prossimo passo sarà organizzare la distribuzione in punti vendita selezionati in tutto il mondo… E poi chissà… magari Tobeus potrà diventare un marchio non solo di giochi in legno… ma il futuro è tutto da scrivere.
In riferimento a 25/25 (link) qual’è per te il miglior oggetto di design degli ultimi 25 anni?
Non mi piace molto fare le classifiche, soprattutto se si tratta di oggetti di design. Potrei dirti il pc portatile per la libertà che ha dato di poter lavorare ovunque ci si trovi (ora per esempio il mio ufficio è un treno). Se devo scegliere un oggetto specifico potrei citare la Tolomeo di De Lucchi e Fassina per Artemide, per il semplice motivo che sembra essere sempre esistita, è un oggetto che puoi trovare in una casa, in un ufficio, nei film americani… è un oggetto addomesticato che proprio per la sua capacità camaleontica è diventato una sorta di "patrimonio dell’umanità". E poi perché è un punto di riferimento per tutti i designer… a chi non è capitato di sentirsi dire da un imprenditore: "ecco architetto, vorrei una lampada come la Tolomeo!".
Ma forse ancora più interessante della Tolomeo è life-straw, un sistema di filtraggio dell’acqua fatto come una grossa cannuccia… direi piuttosto rivoluzionario e decisamente utile.

A proposito di diritto d’autore: moscardino è stato copiato diverse volte (in forma pressoché identica) da francesi, cinesi e chissà chi altro… che ne pensi?
Il problema della copia è sempre esistito, può essere visto da diversi punti di vista. Il primo a cui mi piace pensare è l’omaggio, solitamente si fa a qualche designer morto e sepolto (nella speranza che non possa farti causa). Poi c’è la casualità, ovvero una copia senza malafede… a volte i progetti e le idee sono nell’aria. Ultimo e più temuto è il vero e proprio plagio… d’altra parte basta mettersi nei panni di un produttore cinese che traduce la parola copyright in un invito a "copiare bene!". Forse bisognerebbe cambiare anche questi termini un po’ ambigui. Per quanto riguarda Moscardino la cosa più strana è che negli anni - nonostante le diverse copie più o meno riuscite ed una certa età raggiunta dal prodotto – le vendite continuano a crescere. L’azienda Pandora Design quest’anno al Salone del Mobile ha proposto un’operazione davvero ironica presentando la nuova collezione all’Hotel de Milan: il catering stavolta era servito con brutte copie del Moscardino… una beffa più efficace di mille annose cause legali.
In che direzione va il design (le nuove leve): c’è uno studio di giovani/un progetto che ti ha particolarmente colpito ultimamente?
Premesso che per me un giovane designer non deve avere più di 30 anni anche nel paese dei "bamboccioni", ci sono dei giovani talenti che stanno uscendo dal mio studio e ai quali sto insegnando a muovere i primi passi in questo mondo. Ho un’idea un pò romantica di quello che deve essere uno studio di design, una sorta di bottega rinascimentale dove si cresce sia come professionisti che come persone. Potrei fare il nome di Chiara Moreschi, 28 anni, che chiamo scherzando la Urquilola di Albisola e che ho visto crescere incredibilmente in questi due anni. Tra due mesi aprirà il suo studio… ora è il suo momento, sta cominciando a fare i suoi primi progetti in autonomia, lievi e misurati, mai urlati come credo debbano essere tutti i buoni progetti. Forse tra un paio di anni sarò io a doverle chiedere di passarmi dei lavori!!!
Un tuo parere sul consiglio italiano del design?
Diciamo che non è in cima ai miei pensieri quando mi sveglio la mattina…
Poi, sinceramente, non ne ho più sentito parlare…
Forse è una fortuna perché credo che il grande successo del nostro design derivi proprio dalla capacità tipicamente italiana di essere imprenditori, rischiare sulla propria pelle ed avere successo sulla base delle proprie capacità. D’altro canto mia nonna diceva sempre: “Vuoi una cosa? Fattela”!
Dove lavori di solito, prediligi l’ufficio o…?
Mi piace molto lavorare in studio insieme ai miei collaboratori: mi sento come in famiglia. Purtroppo non è sempre possibile. Spesso sono fuori città per lavoro, così mi basta una connessione a skype per sentirmi vicino a tutti. Il bello del nostro lavoro è che non abbiamo bisogno di grandi sovrastrutture… il nostro ufficio è la nostra testa…. e fortunatamente è sempre con noi! Dicono che le idee migliori vengano sotto la doccia o a letto mentre si fa l’amore… io credo più nel dormiveglia… quando stai per addormentarti e tutte le idee della giornata ti ronzano per la testa e nel sogno sembrano semplificarsi: facili e perfette.

Come ti descriveresti?
Il design per me è un virus buono, quindi mi definirei un portatore sano di design (e di sano design).
Il tuo "libro-sul-comodino"?
"Fantasia" di Bruno Munari e da qualche tempo "La Fabbrica del design", di Giulio Castelli, Paola Antonelli e Francesca Picchi.
Ho visto che hai avuto varie esperienze di insegnamento. Come ti rapporti ai tuoi giovani (o meno giovani) discepoli? Che consigli daresti a chi si sta avvicinando alla "professione" di designer?
È vero, la didattica è una parte fondamentale della mia attività. Mi tiene vivo e vigile su quello che sarà il nuovo design. Ho voglia di “riprodurmi", di trasmettere il mio modo di fare design, che non è uno stile ma un approccio. Dico sempre ai miei studenti di imparare ad essere teste pensanti, non cloni del docente di turno o del designer-performer visto sulla copertina di qualche rivista.
Ricordo che quando ero studente alla Facoltà di Architettura, avevo un malessere costante, dato dalla mia voglia di progettare oggetti sensazionali… all’inizio venivano fuori cose mostruosamente ingenue. Poi ho avuto la tenacia di continuare a crederci. La sera spesso rimanevo a casa per progettare e fantasticare su quello che avrei voluto essere, incurante degli amici che invece andavano a bere una birra. In realtà non conducevo una vita monacale e qualche birra ogni tanto con gli amici capitava! Recentemente in una cena con Miriam Mirri e Giulio Iacchetti è capitato di parlare di quello che serve per fare questo mestiere… abbiamo convenuto che bisogna avere "l’occhio della tigre", come nella colonna sonora del film Rocky!!!. "The eye of the tiger"! Bisogna crederci con tutte le forze e non lasciarsi mai scoraggiare. Quando ero piccolo, mio padre, in tempi non sospetti, aveva scritto dietro al parasole della macchina "Yes, I can!"… ogni tanto lo tirava giù e lo leggeva a me e mio fratello (è strano, questa intervista sembra quasi un testamento, mi sta facendo venire in mente delle cose della mia vita che avevo quasi dimenticato…).
In sostanza il messaggio è che bisogna sempre avere un obiettivo, nella professione come nella vita. Una volta individuato sei già al 50% del lavoro… arrivarci è solo
questione di tempo. Lo dice uno che non ha avuto la fortuna (o sfortuna?) di essere figlio d’arte o miliardario.
Quello che ho e che sono è frutto di quello che ho costruito e di un paio di incontri fortunati.

Molti dei tuoi progetti (pensando a notcom e il poncho taxi per invicta) suggeriscono strategie di convivenza e sopravvivenza urbana: come vivi il rapporto con la città?
Vivendo in una città come Milano trovo molti stimoli per il mio lavoro.
Coi progetti che hai menzionato ho cercato di risolvere alcuni piccoli micro problemi quotidiani come quello di spostarsi in bici sotto la pioggia.
Ad esempio il Poncho Taxi era nato per offrire il famoso passaggio in bici "sulla canna", molto macho e galante, ma in realtà si è rivelato un ottimo strumento per portare in giro mio figlio sul seggiolino della bici… un solo oggetto per due usi "consequenziali" e solo apparentemente antitetici. Mi piace pensare che questo oggetto possa servire per abbordare qualche bella fanciulla in un giorno di pioggia e che sia poi diventata una madre… insomma un oggetto con una vita molto lunga… anche questa è sostenibilità in fondo no?

Come riesci a lavorare per diversi marchi, dalla coop a poltrona frau, mantenendo sempre il tuo modo di progettare e rispettando allo stesso tempo l’anima dell’azienda?
Io penso che il designer debba essere una sorta di camaleonte, un animale che sa cambiare colore per adattarsi a diversi contesti, pur mantenendo la propria identità.
La mia vocazione è sempre stata quella di sedurre le aziende piuttosto che “stuprarle” come forse fanno alcuni miei più colleghi più “patinati”. Credo nei rapporti d’amore tra azienda e imprenditore, nella crescita reciproca piuttosto che nel colpo di fulmine che inizia e finisce con la storia di un solo prodotto.
Ormai, dopo tredici anni da designer, credo di essere entrato in una fase “adulta” della professione e di potermi permettere il lusso di selezionare le aziende con le quali lavorare. Così un paio di anni fa ho avuto l’occasione di lavorare per Coop, leader italiano della grande distribuzione, Danese e Poltrona Frau, marchi storici che rappresentano l’italian design. Ho cominciato con un prodotto di largo consumo come una bacinella per il bucato, prodotta interamente in Italia in decine di migliaia di pezzi all’anno. Con Danese invece, in occasione del centenario della nascita di Bruno Munari, ho progettato una lampada – tributo al grande maestro. Rispettosa del linguaggio dell’azienda e anche del mio modo di intendere il progetto. Poi è arrivata Poltrona Frau, per me una pietra miliare del design italiano nel mondo. Sono nati due tavoli, il primo dei quali è stato appena presentato al recente Salone del Mobile.
È stata una sorta di esperimento “genetico”, nel senso che ho voluto provare la mia capacità nell’interpretare un prodotto in maniera personale nel rispetto di un’identità aziendale che deve emergere almeno quanto quella del designer… in fondo il nostro Vico Magistretti diceva sempre che il design è come fare l’amore, si fa sempre i due… imprenditore e designer.
Nei tuoi lavori riesci a mantenere poesia e funzionalità, ma cosa origina il processo creativo? (spiego meglio: il progetto nasce da un’ispirazione e in seguito si carica di funzione o viceversa?)
Spesso l’ispirazione nasce dalla ricerca di una funzione, a volte di un’emozione che poi trascina con sé anche una funzione. Credo in un progetto emozionale, che sia rappresentazione tridimensionale di un atto poetico… io la chiamo: poesia solida.

Quanto il design può ridursi al concettuale senza diventare "arte"? (pensando a pollicino, provocatorio tagliere per briciole)
Sono molto scettico quando si parla di arte e design, nel senso che non trovo ci sia un limite preciso e definito. Io mi sento un designer che cerca di ragionare e far ragionare sul senso delle cose. La funzione oggi è un requisito scontato per un oggetto di uso comune e, a mio avviso, tutti i prodotti industriali dovrebbero portare con sé un messaggio concettuale.
Chiuderei con un "propositi/progetti per il futuro"?
Scrivere un libro sul design con scopi didattici, da scaricare gratuitamente dal mio sito e stampare liberamente.
Poi una nuova serie di macchinine TobeUs disegnate dai maestri del design.
di Margherita Cardoso
Ringraziamo Matteo Ragni per averci aperto il suo mondo di ricordi e esperienze (che potrete conservare gelosamente nel vostro hard disk in formato PDF!).
Scarica l’intervista in formato PDF!.
Tags: Design, designer, Intervista, Matteo Ragni, Product Design, Profile
















Giugno 9th, 2008 alle 10:38 am
[...] Intervista su http://www.officina-creativa.net/blog/ [...]
Giugno 9th, 2008 alle 10:51 am
Grande Matte’. Da sempre insegni il Design e lo hai insegnato anche a me. Insegni ad amarlo, a farne ragione di vita, a voler bene alle cose e a trovare un senso nel progettarle. Big ups!
Giugno 9th, 2008 alle 1:44 pm
Ho sospeso volentieri il mio lavoro,
per concedermi questa lettura.
Matteo è un bravissimo maestro e prima di tutto
una gran persona, capace di ascoltare e dare consigli
anche a chi è pivello come me.
Anche se credi sia troppo, la passione che nutro per il product
la devo in parte a te (e Giulio,ovviamente).
(impressionante la storia del pesciolino!)
Buon futuro! ;-)
Giugno 9th, 2008 alle 7:23 pm
Finezza, acutezza, sagacia.
Questo è Matteo, un amico.
Giugno 9th, 2008 alle 7:42 pm
Un grande progettista che sa ancora parlare con umiltà.
Grazie per il forte messaggio che mandi a noi “giovanisimi”:
l’impegno e la perseveranza porteranno i loro frutti, mai scoraggiarsi.
Giugno 9th, 2008 alle 8:01 pm
Fa bene al cuore conoscere persone che credono profondamente in quello che fanno e che dicono
Giugno 9th, 2008 alle 11:17 pm
Ogni volta che leggo qualcosa di Matteo, non so come mai, mi scuote dentro, mi emoziona; fu così anche la prima volta che lessi un suo scritto sul “lavoro che rende felici”, il quale mi fece venir voglia di conoscerlo personalmente. In seguito lo conobbi, e solitamente quando stimi ed apprezzi una persona in maniera platonica, nel momento in cui la conosci di persona, a volte rimani deluso, invece con Matteo, rimani ancor più affascinato da questa sua voglia e capacità di far del buon design, con semplicità e leggerezza, serietà e costanza.
Complimenti vivissimi…continua così!
Giugno 10th, 2008 alle 4:58 pm
bravo matteo!
ma d’altronde anche chi ti conosce non troppo a fondo sa di che pasta sei fatto.
fra tutte le saggezze lette sono rimasto veramente colpito dalla tua “segnalazione” per chiara … non è da tutti … un abbraccio sincero, gabriele
Giugno 11th, 2008 alle 11:14 am
Le sue “critiche” a noi bamboccioni alle prime armi in questo magico mondo del design sono davvero utili e costruttive..e soprattutto be accette, anche se a prima pelle fanno un pò male (appunto perchè dette da chi può permetterselo) Ci riteniamo (e credo di fare bene a parlare al plurale) davvero fortunati ad aver incontrato un poeta come lui. Ci sta veramente dando un messaggio emotivamente forte, che va al di là di una semplice critica superiore/cadetto.. lo stimiamo molto, e speriamo un giorno di essere in grado di mettere in pratica le sue dritte
Giugno 11th, 2008 alle 11:29 am
complimenti , ti segnalo il mio sito ciao!!!
Giugno 11th, 2008 alle 11:56 am
fantastica la frase “Yes, I can!” ….fondamentale per chi crede nei propri sogni
Giugno 11th, 2008 alle 12:46 pm
Che iniezione di entusiasmo sentire queste parole.
Giugno 11th, 2008 alle 9:24 pm
Veramente bravo… Complimenti!!!
Giugno 12th, 2008 alle 7:46 pm
altra bellissima chiaccherata
Giugno 14th, 2008 alle 12:54 pm
Ho avuto l’onore lo scorso anno di assistere ad una sua conferenza alla facolta di Architettura di Napoli Federico II, alla quale per tutto il tempo non ho fatto altro che tenerere gli occhi spalancati e “sbrilluccicanti” sui suoi lavori che passavano uno dopo l’altro attraverso un proiettore, mentre lui, con passione e amore, parlava del “Lavoro che rende Felici”…
Matteo Ragni. IL Designer!
Giugno 17th, 2008 alle 9:26 am
cose belle da sentire!
semplicemente!!
Giugno 23rd, 2008 alle 8:06 am
[...] farà molto più caldo che fuori.Dopo essere stato nostro ospite sul blog (gli smemorati vedano qui), Matteo Ragni (link) ci terrà compagnia all’interno dell’iniziativa Incontra il Creativo [...]
Luglio 8th, 2008 alle 4:45 pm
preciso, pulito, organizatto,
complementi “chirurgo” del design
fer