Settembre 1st, 2008 , by Elena Lombardi

Arianna Papini

Arianna Papini (link) é nata a Firenze nel 1965. Ha iniziato facendo la magazziniera nella casa editrice della madre per poi diventarne Direttrice Artistica e disegnando gatti ha scoperto la sua passione per l’illustrazione. Ora, oltre a pubblicare bellissimi libri per bambini, è un’insegnante, una pittrice e una mamma a tempo pieno. A seguire, una bella chiacchierata con questa raffinata e profonda artista.

Come è diventata illustratrice? È il lavoro che voleva fare da bambina o una passione che si è creata nel tempo?

Ho sempre scritto e disegnato ma non pensavo potesse essere un lavoro. Ho partecipato a un concorso a 20 anni sui gatti e l’ho vinto. Il premio era la pubblicazione di un libro. Così ho iniziato.

Qual’è l’idea dietro Fatatrac? Da quali esigenze è nata l’iniziativa di
avere una propria casa editrice destinata alle pubblicazioni per bambini?

Fatatrac (link) è nata per volere di mia madre che è una pedagogista. Mio nonno aveva fondato La Nuova Italia Editrice, lei ci lavorava e ha messo su il catalogo NIEP per bambini che lì mancava. Era un catalogo splendido creato sulle esigenze dei bambini con un gruppo di persone incredibili. Poi le cose a La Nuova Italia sono un po’ cambiate, lei è uscita e si è portata dietro il suo catalogo fondando la Fatatrac insieme a un socio. A un certo punto è andata via la segretaria, io frequentavo l’Università e facevo lavoretti per mantenermi agli studi e mia madre mi ha chiesto se mi interessava un lavoro di segretaria due volte alla settimana. Così ho iniziato lì. Ho fatto di tutto, segretaria, magazziniera… è una grande fortuna perché so tutto sui libri… anche quanto pesano! Poi ho messo su l’Ufficio Stampa, ho iniziato a realizzare i progetti grafici e così via…

Siamo ancora un po’ curiosi su Fatatrac, sappiamo che la sua è una casa editrice piccola ma con un catalogo di tutto rispetto. Lavorare con un gruppo ristretto di persone che credono fortemente in un progetto è forse il sogno di ciascuno di noi. Come sono organizzati i ruoli, come si svolge la vostra giornata tipo?

Allora, i ruoli ci sono anche se sono molto interscambiabili perché siamo pochi. Mia madre è l’Editore. Lei si occupa della scelta dei testi, cosa però che faccio anch’io perché alla Fatatrac arrivano molti scritti alla settimana e leggiamo tutto. Il confronto sui testi scelti lo facciamo poi insieme. Una volta decisa una pubblicazione attingo dal mio archivio illustratori una rosa di artisti adatti al testo scelto, la decisione finale è fatta in gruppo. Io mi occupo anche di tutti i progetti grafici (lavoro molto al computer) e dell’ufficio stampa, nonché dell’organizzazione di eventi, incontri e della presentazione delle novità alla distribuzione, attività per la quale mi affianca Romano. Lui è il tecnico della casa editrice, si occupa di trovare i fornitori di maggior qualità e minor prezzo, di seguire il lavoro presso fotolitisti, di seguire la stampa. La revisione delle bozze e delle cianografiche lo facciamo in gruppo, sempre meglio sei occhi che due! Poi c’è Elena che è la segretaria organizzativa tuttofare, e Riccardo che si occupa dell’amministrazione. La nostra giornata tipo inizia quasi sempre alle 8,30. Io e Romano arriviamo a quell’ora e ci confrontiamo sulle “emergenze”, soprattutto in fase di stampa. Poi arriva l’Editore e continuiamo il lavoro in tre. Ma tutto quello che si fa lo facciamo tutti. Spesso qualcuno non c’è per impegni esterni, così sostituiamo i ruoli ed è molto bello e formativo.

Fratelli Grimm © Arianna Papini

Fratelli Grimm

L’illustratore di libri per ragazzi deve porsi con responsabilità di fronte ad essi, per i quali il libro illustrato è uno dei primi strumenti con cui approcciarsi alla realtà del mondo esterno. In che cosa si differenzia l’illustrazione destinata ai ragazzi rispetto a quella per adulti?

Secondo me non si differenzia proprio in niente. Questa risposta può lasciare stupiti ma basta pensare a cosa i ragazzi vedono oggi, al vero e proprio zapping di immagini terrifiche e anche molto vere. Così all’illustratore è data una possibilità, quella di percorrere una via insondata dai ragazzi che osservano, effettuare una lettura parallela del testo che crei la possibilità dell’incontro con la parola dello scrittore a cui purtroppo i ragazzi sono sempre meno abituati. L’illustrazione deve dare spunti, incuriosire, richiamare alla memoria dei giovani cose avvenute o speranze di ciò che può accadere domani. Tutti i sensi devono risvegliarsi, non solo quello visivo. L’ultima preoccupazione è quella che un’immagine possa non essere adatta ai ragazzi. Loro vedono e assorbono il mondo reale che è sicuramente molto più terribile di qualsiasi immaginario rappresentato su carta.

Dunque l’autore si trova di fronte al problema opposto: non proteggere i giovani lettori ma risvegliare i loro sensi attutiti dalla valanga di immagini di ogni genere alla quale sono sottoposti ogni giorno. Come ci si pone di fronte a ciò? Come è possbile “inventare” un linguaggio che crei meraviglia e allo stesso tempo sia fortemente comunicativo?

Non si tratta di inventare un linguaggio che crei meraviglia, è molto più semplice. In realtà basta sapere COSA comunicare, avere un messaggio. Se la partenza è questa, l’esigenza di comunicare porta chi scrive ad usare parole adeguate. Le parole adeguate non sono uno stile, in questo caso sarebbe molto monotona la scrittura. Ci sono infiniti modi di comunicare al meglio con le parole, il problema oggi è che spesso chi scrive non sa cosa dire e la scrittura diventa un esercizio sterile… In assenza di messaggio non c’è scrittura che tenga… Il linguaggio è fortemente comunicativo nella misura in cui chi scrive si appassiona, si diverte, ama profondamente parlare ai ragazzi, conosce ciò di cui scrive.

Il ritorno di Ulisse © Arianna Papini

Il ritorno di Ulisse

Molti dei libri pubblicati da Fatatrac trattano argomenti delicati o di difficile comprensione per un pubblico giovane - l’ecologia, le differenze culturali. In che modo si affrontano tali tematiche rivolgendosi ai bambini?


L’importante è credere nei bambini, nella loro capacità di comprendere i problemi del mondo in cui si trovano a vivere. Le parole ci sono sempre per parlare loro, niente deve essere evitato, basta trovare il modo. Quando un editore mi commissionò un libro per bambini sulle torri gemelle mi presi un po’ di tempo ma poi dissi che sì, avevo trovato le parole giuste. È solo questo, avere le parole adeguate e le giuste forme di comunicazione poiché i bambini sanno già tutto ma spesso non osano parlarne per timore delle reazioni degli adulti… Poco tempo fa è morta la bisnonna dei miei bambini. Loro sono molto piccoli ma adoravano questa nonnina antica. Sapevo che non potevo “farla sparire”, ma parlare di morte ai bambini è difficile. È stata dura ma ho dovuto trovare le parole. Ho dato loro un grande dolore attraverso quelle parole scelte accuratamente, ed è stata dura. Ho capito in quel momento che non si parla ai bambini di certe cose perché questo colpisce dolorosamente proprio noi adulti. Vigliaccamente scegliamo la via del silenzio. Non dobbiamo mai farlo se ci occupiamo di educazione e di crescita.

Ho sempre pensato che i libri illustrati più belli fossero quelli in cui l’illustratore è anche l’autore del testo. Come si pone l’illustratore di fronte ad un testo che non è suo e come è possibile adattarsi alle infinite varietà di testi possili, in termini di argomento, tono, eccetera?

Io illustro i miei libri. A volte ho pensato che qualche mio testo sarebbe stato illustrato al meglio da altri. Quando ho da illustrare un testo di altri autori so che per illustrarlo al meglio lo dovrò amare e fare mio. Lo leggo tantissime volte fino a sfiorarne nel profondo le sfumature, fino a quando la mia memoria si risveglia e i miei sensi mi donano i colori, i profumi di ciò che leggo. Ecco, in quel momento so se sarò una buona illustratrice. A volte ho rifiutato di illustrare alcuni testi perché non mi parevano adatti a me o perché non riuscivo a farli miei. A volte ho illustrato libri con cui mi sentivo così in sintonia da scordarmi di non averli scritti io. Mi è capitato di essere illustrata da altri due volte. È stata un’esperienza unica. È come se le tue parole di scrittore attraversassero altri mondi fino a tornare da te arricchite, diverse. È come quando guardi tuo figlio e sempre meno la somiglianza con te può fartelo amare, ma lo ami di più.

Corvo nell'erba © Arianna Papini

Corvo nell’erba

Qual’è la particolare sinergia che si crea nel libro illustrato tra immagine e testo? Quali sono le dinamiche che contribuiscono all’unione dei due aspetti in un linguaggio unico?

In parte ho già risposto. Si tratta di due vie amorose di comunicazione, due livelli di lettura, due linguaggi che danzano tra loro incontrandosi e allontanandosi più volte. E non soltanto nell’avvicinarsi creano qualcosa di splendido, a volte è proprio nel divergere dei due linguaggi che il libro diventa magnificamente prezioso.

Il linguaggio visivo che utilizza nelle sue illustrazioni ha un sapore antico e reminescenze di arte primitiva, perché questo stile e quali sono le sue fonti di ispirazione?

Non ho fonti se non nella mia memoria di persona. Tutto ciò che di visibile è creato dall’uomo mi interessa, da sempre. Può darsi che alcune cose siano entrate dentro di me senza che me ne accorgessi, ma quando lavoro sono completamente immersa nel sogno, nella memoria, nel “sentire” e questo mi impedisce di ispirarmi realmente a qualcosa. Cerco di esprimere visivamente ciò che ho dentro di me, e così escono gli animali che amo moltissimo…

Carnevale animali - Gallina © 2008 Arianna Papini

Carnevale Animali - Gallina

Nelle sue illustrazioni ricorre spesso la presenza di tre animali in particolare, gatto, pesci e uccelli. Questi animali rivestono un significato particolare per lei?

Lo noto adesso che leggo la domanda… mah, non so. Pensando a questi tre animali forse ciò che li unisce è l’incapacità di essere “catturati” del tutto, nel senso che resta sempre una parte selvaggia anche quando i pesci i gatti e gli uccelli sono presso case di umani. Forse in fondo è questo che mi interessa, la parte degli esseri viventi che non è collocabile, che sfugge e dunque affascina.

Perché nei libri per bambini (e anche nei suoi quadri) i protagonisti sono spesso animali? Avrei detto che che fosse un metodo per “proteggere” i ragazzi dalla crudezza di certi argomenti, tuttavia lei ci svela che questa necessità non esiste veramente. Quindi da cosa nasce ad esempio il suo gatto “Pirata della strada” o il suo quadro “Bombe Intelligenti”?

Be’, la serie di gatti nasce da uno spunto esterno, ma come spesso accade lo spunto è un pretesto per poi approfondire le tematiche. Ogni anno vengo invitata a partecipare a mostre collettive per la “settimana del gatto”, così il gatto diventa un luogo in cui mi posso muovere per parlare.

Sappiamo che lei è una convinta sostenitrice della lezione Munariana, infatti in passato ha organizzato con i suoi studenti iniziative e mostre nel segno del famoso autore. Crede che il libro gioco sia ancora oggi uno strumento utile per l’apprendimento?

La lezione munariana a mio parere va intesa in senso più ampio rispetto a come generalmente viene ricordata. Munari fa libri gioco ma soprattutto inventa un metodo insostituibile per la realizzazione di progetti per bambini e adulti. Partire dal gioco, dal rapporto con la persona, fa sì che il progettista possa comprendere a fondo le proprie esigenze e quelle dell’utente bambino. È così che il progetto nasce non tanto attraverso una elaborazione mentale del progettista, isolato sterilmente nel proprio studio, ma dallo spunto giocoso, dalla realtà tattile. Partire dalle esigenze degli utenti per progettare un libro pare una cosa scontata ma basta guardarsi intorno e visitare le librerie per capire quanto la lezione munariana sia tradita almeno dal 90% delle pubblicazioni per bambini. Dunque, tornando alla domanda, il libro gioco è ancora oggi uno strumento utile per l’apprendimento? Certo, ma che sia libro gioco di alta qualità, altrimenti rappresenterà, alla stregua di molti giocattoli, solo un oggetto da prendere un attimo e poi gettare nel mucchio delle cose inutili da dimenticare…

Bombe intelligenti © Arianna Papini

Bombe intelligenti

L’illustrazione in generale e quella per l’infanzia in particolare stanno vivendo un periodo di nuovo splendore nel panorama internazionale, riscuotendo anche l’interesse di molti nuovi talenti. Ma sappiamo che è anche particolarmente difficile inserirsi con successo in questo campo: come possono promuoversi i giovani autori?

Io dico sempre, l’illustrazione è un’arte e in quanto tale non è per niente facile per un illustratore emergere. Sappiamo che in arte molto spesso si diventa famosi quando si è passati a miglior vita… Allora come fare per trovare un po’ di soddisfazione professionale? Intanto è necessario fare seriamente questo mestiere, divertirsi profondamente nel farlo, non tradire se stessi inseguendo chissà quali stili che si ritengono essere alla moda. In tal modo almeno troveremo soddisfazione nell’attività di illustrare. Inoltre, partendo dall’espressione della nostra storia di persone, possiamo sperare almeno di essere originali, visto che ogni essere vivente è diverso da tutti gli altri. Fatto questo, dobbiamo essere molto severi con noi stessi. Attuare una seria autovalutazione fa sì che fino a quando non siamo totalmente soddisfatti del nostro lavoro evitiamo di presentarci alle case editrici, bruciandoci magari una possibilità che solo un anno dopo avremmo potuto sfruttare veramente. Infine è necessario fare una forte ricerca nel panorama editoriale individuando gli editori che lavorano nel nostro stile illustrativo. Questo presuppone una grossa cultura artistica, dalla quale d’altra parte un illustratore non può prescindere. L’ultimo consiglio: se una persona decide di voler fare l’illustratore deve essere un buon lettore. Leggere fa nascere la narrazione grafica, inoltre un illustratore che non sia un buon lettore andrà in crisi al primo incarico, in cui i tempi di lettura del testo e di realizzazione delle illustrazioni sono sempre molto limitati.

Sappiamo da fonti indiscrete (la nostra redattrice Letizia che l’ha incontrata di persona) che i suoi quadri e le sue illustrazioni nascono di solito in maniera del tutto naturale e spontanea. Il processo creativo è qualcosa di inafferrabile e molto personale… Vuole provare in poche parole darci la sua visione su questo tema?

Difficile… Posso dire solo che ho bisogno della mia pittura. Mai un mio lavoro nasce da un ragionamento, sempre da un’esigenza interiore. Esprimo me stessa, le storie che incontro, anche il dolore. Nel mio lavoro di volontariato in oncologia pediatrica, o nel tirocinio per la scuola di Art Therapy, incontro storie dense di sofferenza. Dopo dipingo. È come se nel dipingere continuassi l’aiuto a quelle persone, il colore trasforma il dolore in storia, la storia diviene narrabile, le persone sono accompagnate. Ecco, questo. Per me è così anche nella scrittura, esprimo, narro e dunque tutto è comprensibile, anche fatti che non accetto diventano condivisibili con altre persone, con i bambini.

La Madre della natura © 2008 Arianna Papini

La Madre della natura

Quali progetti per il futuro ci sono nel suo cassetto?

Oltre al lavoro in casa editrice il mio progetto è di non lasciare mai il percorso di aiuto alla sofferenza degli altri attraverso l’arte che ho scoperto in questi ultimi anni. Il mio sogno è quello di non fermarmi mai, di non intravedere punti di arrivo ma solo di partenza, come ho sempre fatto. Desidero continuare a insegnare, poiché nel rapporto con i ragazzi scopro me stessa e vedo in loro la continuazione di una storia, nella loro freschezza e sensibilità, nella loro adolescenza a volte tardiva altre precoce, la speranza di un futuro migliore per questa società così malandata. Vorrei inoltre riuscire ad accompagnare i miei figli in modo adeguato verso l’autonomia, e questo è il progetto più bello e più difficile…

di Elena Lombardi

Ringraziamo Arianna per la sua dolcezza e per averci concesso il tempo di questa bellissima chiacchierata.

Tutte le immagini © Arianna Papini

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