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09 September, 2010, 12:39:38 PM
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Author Topic: Incontra il Creativo: MATTEO CIBIC  (Read 4114 times)
Redazione
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« on: 16 May, 2009, 12:20:05 PM »


Si è da poco conclusa la settimana milanese del design, il fiatone se ne va, i piedi si sgonfiano e iniziamo pian piano a far sedimentare tutti gli stimoli da cui siamo stati bombardati durante Salone e Fuorisalone.
Se anche voi avete notato una certa attenzione ad un mondo ancora poco esplorato dal design come quello dell’amore e del sesso, sarete sicuramente curiosi di scambiare due chiacchiere con Matteo Cibic (http://www.matteocibic.com/), classe ‘83, product designer che ama farsi suggerire dai materiali stessi il prodotto che andranno a formare, che crede che ad un design di sperimentazione con la collaborazione di abili mani artigiane, che vuole emozionarci, sorprenderci e a volte farci arrossire con progetti che nascondono funzioni davvero inaspettate.

È possibile rivolgere le vostre domande a Matteo rispondendo a questo post a partire dalla mattina di Lunedì 18 Maggio fino alla sera di Domenica 24!
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Inco
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« Reply #1 on: 16 May, 2009, 14:39:42 PM »

Sembra promettente...
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milla
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a little designer in the big apple


« Reply #2 on: 18 May, 2009, 13:22:27 PM »

Ciao Matteo e grazie per esserti messo a disposizione per noi!
Parto intanto da una domanda specifica: come è nata la collaborazione con Angelique DeVil che ti ha portato a progettare la serie di sex toys Bibelot Sexuel? Ti è stata commissionata o sei andato tu a proporla?
Ti chiedo questo perchè di idee se ne hanno tante ma spesso manca l'approccio pratico, manca chi ci dice come fare a farle diventare reali.
Quindi mentre attendiamo impazienti di diventare dei superdesigner affermati e cercati, come si può iniziare a farsi spazio in questa giungla?
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Camilla Fucili  -  LinkedIn profile
Matteo Cibic
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« Reply #3 on: 18 May, 2009, 14:54:09 PM »

Parto intanto da una domanda specifica: come è nata la collaborazione con Angelique DeVil che ti ha portato a progettare la serie di sex toys Bibelot Sexuel? Ti è stata commissionata o sei andato tu a proporla?

La collaborazione con Angelique Devil è nata grazie ad un amico comune, Renzo di Renzo. Quattro anni fa avevo iniziato a lavorare sul disegno di sex-toys durante il mio periodo a Fabrica (Centro di Ricerca per la Comunicazione di Benetton), il progetto è rimasto nel cassetto, e l'anno scorso ho colto l'occasione per fare una famiglia di oggetti.

Ti chiedo questo perchè di idee se ne hanno tante ma spesso manca l'approccio pratico, manca chi ci dice come fare a farle diventare reali.
Quindi mentre attendiamo impazienti di diventare dei superdesigner affermati e cercati, come si può iniziare a farsi spazio in questa giungla?


Farsi spazio in Italia è abbastanza facile, il problema sta nel riuscire a rimanere freschi, mantenersi e auto-prodursi senza fare oggetti scontati.
Per produrre oggetti è abbastanza semplice, viviamo in un paese ricchissimo di artigiani che lavorano ad alto livello, sono molto disponibili e molto spesso non hanno capacità di rinnovarsi; è nel loro interesse lavorare con i giovani.
Le riviste pubblicano le cose che trovano interessanti, e ne hanno tutto l'interesse, è difficile che rifiutino bei progetti, il problema sta nella grande distribuzione.

Io trovo molto divertente lavorare nei piccoli laboratori artigiani, scoprendo di giorno in giorno tecniche "tradizionali" che vanno scomparendo.
Nei laboratori è difficile trovare giovani, e i maestri sono molto felici di insegnare la propria cultura artigiana a chi si interessa.
Nel nostro paese un designer, ha un grosso svantaggio rispetto agli altri paesi, non può vendere quello che produce.
Il designer infatti, per la legge italiana, è un fornitore di servizi e quindi non può vendere dei beni come in tutti i paesi europei.
Questo è un grosso vincolo, perchè allontana il designer dalla produzione (e quindi dal contatto della materia) e da chi acquista gli oggetti (clienti finali che danno molto spesso dei feedback molto importanti).


Credo che un giovane designer debba costruirsi una propria strada continuando a fare dei progetti sperimentali propri per due motivi:
1. ci si conosce meglio, si capisce la propria natura, si capisce qual'è il proprio segno e il senso delle proporzioni
2. un progetto sperimentale è un'ottima fonte di relazioni pubbliche e pubblicità per fare progetti più commerciali e remunerativi

Il mondo del design è una giungla di sedie, tavoli e poltrone, lampade, rubinetti e basta.
Sembra che il designer del ventunesimo secolo sia costretto a disegnare solo queste e solo davanti al computer.
Se a scuola insegnano a disegnare queste cose, non è obbligatorio farlo quando si esce.

Ultimo consiglio è di circondarsi di persone intrapprendenti e vivaci con cui collaborare, che siano uno stimolo a fare di più e meglio.
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milla
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a little designer in the big apple


« Reply #4 on: 19 May, 2009, 14:34:38 PM »


Il mondo del design è una giungla di sedie, tavoli e poltrone, lampade, rubinetti e basta.
Sembra che il designer del ventunesimo secolo sia costretto a disegnare solo queste e solo davanti al computer.
Se a scuola insegnano a disegnare queste cose, non è obbligatorio farlo quando si esce.


Prendo spunto dalla tua risposta per farti un'altra domanda.
Pensi che il design sia una di quelle cose che possano cambiare il mondo?
Io ho la presunzione di credere che sia così, ma spesso come dici tu ci si ritrova in mezzo ad una giungla di oggettini fini a se stessi che fanno pensare che è più il male che il bene che si sta facendo. Pensi che il fattore eco-geen-chiamiamolocomecipare sia davvero entrato nel processo di ideazione-creazione dei progetti o che sia solo una pseudo moda eticamente doverosa da seguire ma presa troppo spesso sotto gamba?

ps: i pantaloni bretellati ci sono anche da donna?
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Camilla Fucili  -  LinkedIn profile
rucipopi
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« Reply #5 on: 20 May, 2009, 09:25:14 AM »

Buongiorno Matteo,

come Milla ti ringrazio per aver accettato di sottoporti alle nostre domande!
Io volevo chiederti invece se ci potevi parlare un pò della tua formazione, ho letto che oltre al POLIMI hai frequentato l'Università a Kingston e seguito i Workshop di Fabrica.
Come sono state queste esperienze? Cosa hai fatto? Che tipo di approccio verso il design c'è in queste diverse strutture?
Un consiglio, da ex studente, da giovane creativo ai futuri creativi, a quelli che come me già laureati ma spaventati di fare scelte sbagliate ma con tanta voglia di sapere e di imparare, quanto è importante la formazione scolastica rispetto all'esperienza sul campo?

Grazie 
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...sawadeee
Matteo Cibic
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« Reply #6 on: 20 May, 2009, 16:33:58 PM »

Il design inteso come solo "stile" può cambiare il mondo; quasi tutti i prodotti "inteligenti o verdi" nascono da una progettazione funzionalista di ingegneri, e usualmente questi oggetti non hanno un appeal che li rende "golosi" al grand pubblico.
Ridisegnare oggetti con un percepito basso, trasformandoli in oggetti "alla moda" per cui non bisogna vergognarsi è un impegno che potrebbe prendersi un designer giovane oggi.
E' difficile reperire belle biciclette o automobili elettriche, depuratori d'acqua, cestini per la raccolta differenziata, .... con un percepito alto che si possa avvicinare ad un mercato medio-alto.
Il designer contemporaneo potrebbe impegnarsi a rendere tutti questi oggetti un pò più "fighi", in modo che la gente sia felice di possederli e usarli.

I pantaloni AAAAAAAAAA sono solo da uomo.

FORMAZIONE
Ho avuto la fortuna di avere dei genitori che mi hanno lasciato molto libero nelle scelte e nella formazione, dopo un anno traumatico in un liceo scientifico di provincia, ho trascorso 2 anni "anarchici" al Liceo Artistico di Venezia, il quarto anno sono andato spinto da mio padre ad andare in Inghilterra a Canterbury a fare un Btec Diploma in Art & Design. Quell'anno è stato probabilmente l'anno più importante nella mia formazione; in 8 mesi ho imparato a fotografare, sviluppare in camera oscura, fare video e seguire la post-produzione analogica e digitale, dipingere a olio e acrilico, cucire, fare pattern, colorare e decorare tessuti, ho seguito la creazione di sculture in gesso, gomma e metalli, ho imparato a lavorare nei laboratori di gioielleria, a fare telai serigrafici, a stampare in blue print.
La bellezza di avere a disposizione un università aperta 18 ore al giorno con tutte le facilities e tecnici di laboratorio sempre disponibili a spiegare come utilizzare macchinari e le tecniche per realizzare quello che si vuole produrre era incredibile arrivando dalla scuola italiana.
E' sempre in quest'anno che ho iniziato ad appassionarmi di arte contemporanea; erano gli anni della Brit-Art lanciata da Charles Saachi, che ha sconvolto tutti gli ambienti accademici inglesi.
La storia dell'arte la insegnavano a ritroso, si parte dai fratelli Chapman per spiegare Goia e poi Bosh, questo dava stimolo a trascorrere le notti in bibblioteca tra migliaia di testi d'arte, facilmente reperibili, in scaffali aperti, o nella videoteca interna.
Tornato in italia ho finito il Liceo Artistico facendo gli esami di quarta da privatista, e col professore Zanchi di architettura sono tornato a disegnere mattoncino per mattoncino edifici di Le Courbusier, e dettagli di infissi, finendo così l'esperienza veneziana, marinando i sabati e qualche pomeriggio per accompagnare per venezia gli artisti ospiti di Giorgio Camuffo a Venezia.
Giorgio è una persona fantastica, credo abbia segnato la crescita di tutti gli artisti e creativi cresciuti o passati per Venezia, facendo amare la grafica e facendola vivere come arte nobile.
Ho vissuto poi con mio zio Aldo a Milano, andando part-time al Politecnico di Milano e facendo gli esami.
Il Politecnico non mi ha dato molto, non c'era vita ne sociale ne intellettuale, ricerca, e sperimentazione nulla.... devo dire esperienza sconfortante e depressiva vista a posteriori. 
Il secondo anno sono tornato in Inghilterra in Erasmus.
Finito il Politecnico con una tesi "eccitantissima" su una vasca da bagno....
Nel frattempo ho continuato a lavorare presso Cibic&Partners.
Decido di aprire casa studio a Milano, la mattina dopo aver firmato il contratto d'affitto mi chiamano a Fabrica a Treviso, dove ho modo di conoscoscere e lavorare con persone di tutto il mondo, qui scopro l'esistenza di individui incredibilmente talentuosi, scopro che c'è gente che trascorre la vita facendo musica con le tecniche e strumenti più disparati, che c'è gente che inventa programmi per fare cose inutili ma di una bellezza e soffisticazione unica.
Incontro Daria, fa moda, si trasferisce ad Anversa afflitta dal sistema italiano, e quindi inizio a far visita una settimana al mese in Belgio.
Grazie a Daria scopro l'intricato e perverso mondo della moda, scopro che è un mondo estremamente soffisticato, che è una forma d'arte anch'essa con una sua storia, cultura; un arte che influenza fortemente la società.

RIASSUMENDO
Ogni scuola ha le sue pecche, non esiste la scuola perfetta, credo che ognuno di noi debba investigare dove pensa sia giusto e trovare i propri maestri.
I miei maestri non li ho trovati a scuola.
In ogni ambito ci sono individui che vivono la loro esistenza per l'eccellenza, bisogna stare vicino a queste persone, perchè solo così si capisce la complessità di quello che fanno, e capire la loro dedizione.

ULTIMO SUGGERIMENTO PER I SUPERGIOVANI
Non abbiate paura che qualcuno vi rubi un'idea, solo attraverso la condivisione quell'idea si può affinare e diventare realizzabile.





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« Reply #7 on: 23 May, 2009, 08:55:36 AM »

Salve Matteo,

mi sono innamorata dei Domsai. Come sono nati, insomma, qual è stato il processo "creativo / filosofico" dietro alla loro creazione? Che feedback hanno ricevuto dal pubblico?

Il designer infatti, per la legge italiana, è un fornitore di servizi e quindi non può vendere dei beni come in tutti i paesi europei.
Questo è un grosso vincolo, perchè allontana il designer dalla produzione (e quindi dal contatto della materia) e da chi acquista gli oggetti (clienti finali che danno molto spesso dei feedback molto importanti).

Prendo spunto da questa tua risposta per approfondire un attimo. Secondo te perché i designer in Italia riescono a lavorare solo in maniera così vincolante (e non dico che non si possa dar libero sfogo alla fantasia, quanto della difficoltà nell'inserirsi nel mondo del lavoro)? Potendo scegliere, continueresti a lavorare come stai facendo adesso o scapperesti fuori dall'Italia?

Qual è il non plus ultra che deve avere un oggetto per piacerti? E quali sono le cose che non ti piacciono nella produzione dei designer contemporanei?
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Freedom is Slavery
(George Orwell)
Matteo Cibic
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« Reply #8 on: 27 May, 2009, 01:03:42 AM »

I Domsai come tutti i prodotti che faccio nascono da un idea che viene abbozzata usualmente nel retro di un biglietto del treno o una tovaglietta del bar.
Non c'è uno studio dietro che porta a quella forma,... il domsai poteva avere mille forme, non c'è alcun aspetto funzionale nell'aver disegnato il domsai con le gambe, poteva essere un cane, una giraffa un ippopotamo un robot,... l'idea sarebbe però stata la stessa.
Lavoro molto con la ceramica e il pirex, era da anni che Piero (il Maestro soffiatore) mi suggeriva di fare dei prodotti con i due materiali, a me piace molto lavorare con lui e dar spazio anche a chi produce, oggi si cerca di serializzare e standardizzare tutto, le mele sono tutte uguali così come i prodotti artigianali che non vengono ormai più dipinti a mano.

L'idea viene da un frullato di immagini che ho visto probabilmente negli ultimi mesi, tutte le immagini che vedo vengono tagliuzzate all'interno della scatola cranica e poi vomitate immediatamente fuori (probabilmente dall'orecchio), rimangono sempre dei piccoli pezzetti nella scatola cranica, e sovrapponendosi talvolta compongono delle visioni da cui viene fuori l'idea.

Le idee usualmente vengono in treno. Forse perchè i pezzettini di immagini si muovono col muoversi veloce delle immagini del finestrino.

Al pubblico piacciono i domsai,
almeno così pare.
Tutti chiedono se respirano.
Respirano con due fessure sul retro.

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No, in Italia sto molto bene,
tutti i designer del mondo vengono in italia a produrre i propri oggetti, e poi a me piace mangiare italiano.
In Italia non c'è niente di vincolante, ognuno è libero di fare quello che vuole da qualsiasi parte del mondo, ho amici che disegnano e producono artigianalmente guanti nei boschi svedesi per venderli nelle boutique parigine, una ragazza filippina che produce borse in pelliccia colorata che vende in un solo negozio a Miami, si potrebbe andare avanti all'infinito... oggi la comunicazione è facilissima, la rete ci permettere di farci conoscere in pochissimo tempo in qualsiasi remoto posto nella terra.
Un mese fa digitando la parola Domsai in Google la dava come non esistente, nel giro di una settimana digitandola nuovamente Google registrava 30.000 voci, oggi 121.000.

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Non ho oggetti che amo, non sono affezionato a nessun oggetto in particolare e non li compro.
Gli oggetti che compro sono giacche, pantaloni scarpe.
tra gli oggetti inutili che mi piacciono i kanga (tessuti stampati africani) e oggetti in rattan intrecciato.

Gli oggetti che non mi piacciono sono quelli che si rompono subito, o usa e getta, perchè mi fanno sentire in colpa quando li butto.
I piattini, bicchierini, posatine, bottigliette di plastica e la scatola delle Pringles, l'esempio perfetto di packaging figo non riciclabile fatto con 4 materiali diversi e che pesa più del prodotto contenuto.






 
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